domenica 19 luglio 2009

Il campo di concentramento casalingo nella Parigi repubblicana

A lato: il coordinatore dei carnefici.

Sotto: la vittima


Da Informazione Corretta

Testata: Il Foglio
Data: 14 luglio 2009
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «La prima sentenza per il caso Halimi non dissolve la nebbia antisemita dal cielo di Parigi»

Roma. Si è chiuso una sera di shabbat il più terribile episodio di antisemitismo francese dalla Seconda guerra mondiale. La corte di Parigi si è riunita venerdì notte, durante la sacra festività ebraica, per pronunciare il verdetto sul caso Ilan Halimi. E’ stato condannato all’ergastolo Youssef Fofana, il capo dei “barbari”, il gruppo di giovani che nel 2006 torturò e uccise un giovane ebreo dopo tre settimane di agonia. L’episodio mise in luce il feroce antisemitismo islamico, serpeggiante nei sobborghi multietnici francesi, sconvolgendo la Francia tanto che la polizia per giorni chiese alla famiglia Halimi di non fare parola a nessuno della vicenda. Ilan fu torturato per tre settimane da una trentina di persone, in un appartamento che un commentatore americano avrebbe soprannominato “un campo di concentramento fatto in casa”. Tutti i vicini potevano sentire le sue urla, ma nessuno denunciò gli aguzzini di Ilan. Il quale è stato poi ritrovato nudo, con ustioni sulla pelle e ferite mortali di arma da taglio su tutto il corpo. La famiglia della vittima non ci sta e chiede l’appello. Troppa indulgenza per alcuni dei ventisei complici. Samir Ait Abdelmalek e Jean-Christophe Soumbou, i due complici più vicini all’omicida Fofana, si sono visti infliggere le pene più dure, quindici e diciotto anni. Per gli altri, a scalare fino a sei mesi. Quello che – ha detto il team legale degli Halimi – è “difficile da comprendere e accettare per la famiglia Halimi, sono le pene che riguardano i carcerieri e l’esca. Quest’ultima, una ragazza che all’epoca dei fatti aveva 17 anni e si fece seguire da Ilan fino ad attirarlo nella cantina che divenne la sua prigione, è stata condannata a nove anni, una pena troppo lieve”. Nidra Poller sul Wall Street Journal ha scritto che “ciò che più disturba in questa storia è il coinvolgimento di parenti e vicini, al di là del circolo della gang, a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si precipitarono a partecipare alla tortura”. Emma è la bella ragazza che entrò nel negozio di telefoni cellulari di Parigi dove Ilan lavorava come commesso. Gli aveva dato appuntamento in periferia. Una trappola. Tre settimane dopo, Ilan venne trovato agonizzante, il corpo bruciato all’ottanta per cento, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des- Bois. Ci sono poi i “postini” che recapitavano alla famiglia le lettere dei carcerieri. Nessuno rifiutò di farlo. Ieri, a Place Vendôme, nella stessa piazza dove a gennaio migliaia di musulmani si erano ritrovati per gridare “Morte a Israele, morte agli ebrei”, le organizzazioni ebraiche si sono ritrovate per protestare contro la sentenza. “Come ha fatto questo clima disumano a infiltrarsi nel paese che ha dato al mondo libertà, uguaglianza e fratellanza?”, ha chiesto Judea Pearl, il padre del giornalista decapitato perché ebreo. E’ la grande domanda a cui la Francia repubblicana dovrà rispondere.

Scola: bisogna fare una legge, ma non basta. Occorre fare la salutare esperienza di non saper più cosa dire.

A lato, la camera da letto di Vincent Van Gogh, Saint Rémy di Provenza, setttembre 1889. By courtesy of Utopique Gallery.

Grazie a Lucia per la segnalazione.

Dal Corriere della Sera di oggi, 19 luglio.

VENEZIA — Fa sempre una certa impressione entrare nell’arcivescovado di Venezia, percorrere il corridoio con i ritratti dei patriarchi, - Sarto, poi Pio X, Roncalli, divenuto Giovanni XIII, Luciani: Giovanni Paolo I - , ed entrare nello studio dove il patriarca Angelo Scola sta rileggendo il discorso che terrà oggi alla festa del Redentore.

Di cosa si occuperà quest’anno?
«Di un tema di attualità antropologica. Perché l’attualità non sono soltanto le cose accadute oggi, o le cose di cui parlano i politici. E sono partito da un’esperienza personale ».

Quale esperienza?
«Ogni settimana visito una parrocchia diversa: i sacerdoti mi accompagnano nelle case di taluni ammalati, soprattutto i più gravi. Quest’anno ho sperimentato, in termini che non avevo mai provato, come la gente porta il dolore fisico, la malattia, anche terminale, e di come la portano i loro parenti. Ecco uno dei fondamentali della nostra vita, di cui si parla troppo poco. Magari se ne fa oggetto di cronaca, soprattutto quando il dolore e la sofferenza si legano al male morale, al delitto, all’incidente grave; ma la tentazione della rimozione, da parte di noi che stiamo bene, è molto forte. Sono partito da lì. Ognuno di noi è colpito da fenomeni clamorosi: il terremoto dell’Abruzzo, la strage di Viareggio, le sofferenze provocate dalla crisi economica, ora la morte del caporalmaggiore Alessandro Di Lisio in Afghanistan. Episodi in cui i mali—in italiano non abbiamo un termine efficace come il francese malheurs—che causano dolore e sofferenza si impongono, in quanto anticipo di morte, come la provocazione più potente alla nostra libertà. Agostino diceva che l’uomo è, in quanto tale, una "magna quaestio". Io penso che, al cuore di questa "grande domanda", l’interrogativo sulla sofferenza e sul dolore porti il peso decisivo. E il mio intento è di richiamare tutti noi a guardare in faccia a questo fondamentale della nostra esistenza per imparare, come ho visto che imparano gli ammalati e i loro familiari».

C’è un caso che l’ha colpita in particolare?

«Sì. Ho visitato una serie di ammalati gravi, tra cui almeno tre ammalati di Sla. E ho visto che cosa significa l’accompagnamento amoroso dei familiari e degli amici e anche della comunità cristiana nei confronti di chi deve portare una prova di questo genere. In particolare mi ha colpito un padre di 48 anni, totalmente immobilizzato, che comunica solo con le palpebre superiori, attorniato dai tre figli che gli indicavano delle lettere su una tavoletta, in modo da aiutarlo a esprimersi. Tre bambini di 8, 10 e 12 anni, tutti gioiosi intorno al suo letto».

Quel padre è riuscito a dirle qualcosa?

«Sì. Mi ha detto: "Patriarca, guardi che io sono contento di vivere"».

E lei?

«In quelle situazioni lì fai un’esperienza salutare. Ti senti un verme. Non ci sono parole che tengano. Ti misuri con il grado di superficialità in cui normalmente ti mantieni nel tuo vivere. Non penso alla superficialità nel senso estetico della parola; tendenzialmente sono una persona impegnata; ma mi sono reso conto che in me il rischio di non andare alla radice è molto forte. Questo non significa in nessun modo che noi dobbiamo masochisticamente salutare i mali, il dolore, la sofferenza che ne deriva come in sé e per sé un positivo. Dico solo che noi ci troviamo di fronte a questa condizione, con la quale dobbiamo misurarci. Del resto, l’umanità da sempre si è lasciata interrogare e cerca risposte».

Molti di noi — sentendoci anche peggio—a una condizione del genere preferirebbero la morte.

«Il suo è un interrogativo di cui si è discusso molto nei giorni del caso Englaro, e anche ora che in Parlamento si sta legiferando sul fine vita. Io mi sono sentito venire addosso piuttosto un interrogativo di altra natura. La cosiddetta "morte degna" è una domanda di noi sani. Io ho trovato solo ammalati che in questi anni, anziché chiedere una morte degna, chiedevano una vita degna fino agli ultimi istanti. L’amore è una grande illusione se non c’è la speranza di andare oltre la morte. Amore è amore solo nella misura in cui è per sempre; e nessuno può promettere niente per sempre, se il per sempre non è fino alla morte e oltre. L’accompagnamento è una cura integrale che ci fa capire che inguaribile non è sinonimo di incurabile. La cura in senso lato non è soltanto terapia; è anche compagnia amorosa e amorevole. Penso che la sfida si giochi qui. La questione del fine vita è una provocazione che gli ammalati gravi, quando sono ancora coscienti—penso agli ammalati terminali —, fanno a noi circa la dignità della nostra vita. Occorre stare attenti a non proiettare sugli ammalati la nostra paura di sani di fronte a quel rumore sordo che non viene mai meno e ci accompagna sempre che è la morte. Gli ammalati danno amore e chiedono amore. Chiedono compagnia. Un anno e mezzo fa ho visto morire un mio amico, monsignor Gianni Danzi, l’arcivescovo di Loreto. Ho celebrato con lui la santa messa: pareva incosciente, ma al momento dell’elevazione ha tentato disperatamente di alzarsi in piedi. Una sua nipote gli teneva la mano. Due ore dopo è morto. Quel tenergli la mano era il modo per aiutarlo a passare dalla mano dell’uomo alla mano di Dio».

Sì, ma i malati che sono invece incoscienti?
«Ci provocano ancor di più. Sul cosiddetto stato vegetativo bisogna distinguere molto. Di recente sono stato invitato a un convegno di neuroscienziati, dove la professoressa Roskies, la madre della neuroetica, ha tenuto una relazione: le nuove tecniche mostrano che la coscienza di un malato nel cosiddetto stato vegetativo non è spenta. Quando si parla di leggi sul fine vita, ci sono punti irrinunciabili, già sottolineati dalla Cei. Il favor vitae è un elemento fondamentale nella nostra civiltà. Stiamo vivendo una fase di transizione tumultuosa nelle democrazie euroatlantiche, anche in Italia c’è un cambiamento radicale del costume. Ecco perché, come mi disse alla fine del ’68 il grande gesuita De Certaux, molto prima che Bauman teorizzasse la società liquida: si deve porre qualcosa di solido, di duro. I fondamentali sono qualcosa di solido, di duro: amare, soffrire, lavorare, stare in rapporto, costruire una vita buona. Tutti lavoriamo a segni di speranza efficaci. Il favor vitae è un fondamentale decisivo per la società ».

La nuova legge secondo lei dovrebbe vietare di sospendere l’idratazione e l’alimentazione, com’è accaduto a Eluana Englaro?
«Senza dubbio. Questi malati non hanno bisogno di cure tecnologicamente ipersofisticate. Hanno bisogno di accompagnamento paziente: acqua, cibo, mobilizzazione, igiene, e un ambiente disposto a sostenere la loro fragilità. Se neghiamo loro questo, cadiamo in una logica che finisce per trascinare con sé lo spegnimento dei fattori che rendono la vita godibile per tutti. È l’odore di morte di cui scrive San Paolo ai Corinti, che finisce per ammorbare tutto ciò che di bello abbiamo: lo sguardo sulla natura, il rapporto tra uomo e donna, la bellezza di mettere al mondo i figli e di educarli, il paragonarsi con il diverso, il godere dei risultati della scienza. Dobbiamo stare attenti a non cadere in una tentazione prometeica. Non intendo sottovalutare la straordinarietà e la bontà delle scoperte scientifiche. Intendo solo dire che l’uomo non può essere ridotto al suo proprio esperimento. Non è l’esperimento di se stesso; prius, prima, è persona; e l’amore è la forma più potente di autotrascendimento, cioè della capacità che ognuno ha di uscire da sé. Le scienze e le tecniche ragionano sempre sull’ex post, su quel che viene dopo: prima mettono lì l’esperimento, poi ne cavano le conseguenze. Ma io ho dentro una forza vitale originaria, la mia libertà, la capacità di proiettarmi fuori di me, sull’altro. Questo fattore viene prima di ogni analisi scientifica».

Sul caso Englaro, la Chiesa ha trovato consensi ma è stata anche accusata di durezza, e pure di spietatezza.

«Qui c’è un fraintendimento di fondo. Come ci ha mostrato il Crocefisso, è proprio nel dolore che si purifica la nostra capacità di amore. L’amore non è riducibile all’affezione. Non si limita alla nostra dimensione soggettiva, non è solo ciò che succede nel soggetto che ama. L’amore ha un valore oggettivo, che consente di misurare la realtà com’essa è. C’è un bellissimo verso di un sonetto di Shakespeare: "Amore non è amore se viene meno quando l’altro si allontana". La fedeltà e la fecondità, costitutive dell’amore, non sono proprietà che si aggiungono a posteriori. Noi trattiamo l’amore come pura passione, come un moto puramente soggettivo. Ma l’amore, mettendo in campo l’altro, mette in campo l’oggetto di una relazione privilegiata, della condivisione del destino dell’altro, di cui nessuno può disporre. Neanche un padre».

Il padre di Eluana ora è impegnato in politica.

«Noi rispettiamo le scelte di tutti, e ci guardiamo dal giudicare la singola persona. Però i dati che ci siamo richiamati mi sembrano, nella loro semplicità, limpidi».

Quindi la legge sul fine vita va fatta presto?

«Come Gesù ci ha insegnato, la legge da sola non basta mai. Noi vescovi italiani in principio non avevamo nessuna propensione per la legge; ma siccome la magistratura continua a intervenire su casi singoli, la scelta ora opportuna è fare una legge giusta e affrontare altri problemi, come le cure palliative, la terapia del dolore».

La Chiesa sollecita un intervento finanziario del governo?

«Certo. Si potrà dire di tutto della posizione cristiana tranne imputarle il benché minimo disimpegno nell’alleviare il dolore e la sofferenza con tutti i mezzi che la scienza moderna ci mette a disposizione».

Don Verzé, fondatore del San Raffaele, va oltre, e sostiene che la scienza ci libererà dal dolore, dalla sofferenza, financo dalla morte.

«La medicina moderna sta mettendo in campo strumenti e tecniche dalle possibilità straordinarie, che vanno valorizzate fino in fondo. Questo tentativo fu fatto prima con i mezzi della riflessione: penso a Marx e alla sua idea di riconciliare l’uomo con la natura, e a Nietzsche, per cui il dolore esalta la "natura bellicosa dell’uomo" e prepara il superuomo. Tentativi che alla fine risultarono ideologici: come minimo, dovevano lastricare il progresso futuro di una sterminata quantità di sofferenza per i singoli. La tecnoscienza trasferisce sul piano pratico questo tentativo rivolgendolo a tutte le masse. La Chiesa non ha nulla di antiscientifico, pratica il massimo del realismo. Se tra mezzo secolo vivremo tutti fino a 120 anni, che problema c’è? Ci porremo la questione di viverli bene. Il problema, secondo me, è che indipendentemente da cosa ci riserverà il futuro, da quanti anni vivremo o non vivremo, non si può identificare la sete di infinito dell’io con il prolungamento indefinito di questa vita. La cartina di tornasole che ci fa riflettere è l’amore. Ripeto: non c’è amore senza promessa, non c’è promessa senza "per sempre", e non c’è "per sempre" se non sino alla fine, sino e oltre la morte. In tre figlioletti pieni di gioia attorno al letto del loro papà malato di Sla, in una casa piena di letizia, nell’innocenza di quei bambini ho visto cos’è l’amore».

Aldo Cazzullo
19 luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

Colognesiana: il senso del riposo. E anche noi andiamo in vacanza.

A lato: Andrea Appiani (1754-1817) Madonna col bambino che dorme, Brescia, Musei Civici di Arte e Storia


di Pigi Colognesi

Da Il Sussidiario.net, venerdì 10 luglio 2009

Brano di conversazione captato in metropolitana nei giorni scorsi: «Ciao, come va?» «Insomma. Sono stanco e ho proprio voglia di fare le ferie per riposarmi un po’». A cena con amici l’altra sera: «Ma che faccia che hai!» «Beh, sai, ho tanto lavoro da finire. Ma adesso mi riposo». Sono i tipici dialoghi di metà luglio: le scuole sono finte, gli ultimi esami in università sono passati, al lavoro si sistemano, con un po’ di affanno, le ultime cose prima delle ferie, le fatiche di tutto un anno pesano e nei pensieri, nei dialoghi, nei progetti affiora con insistenza la necessità del riposo.

Forse, però, non ci interroghiamo sufficientemente su cosa significhi riposare. Rischiando così di passare dal faticoso meccanismo del lavoro a quello solo apparentemente meno invasivo delle vacanze: viaggi, prenotazioni, calcolo delle spese, divertimento più o meno organizzato e quasi forzato. Uno stress. Tanto che viene da dar ragione al Montale di Prima del viaggio: «E poi si parte e tutto é O.K. e tutto / é per il meglio e inutile».

Nel gergo militare «riposo» è il contrario di «attenti». Ma non credo che il vero sollievo del riposo sia dovuto al fato di non prestare attenzione a niente. È come dire che l’ideale della vita sarebbe spegnere ragione, emozioni, interessi, amori; buttarsi in un vuoto di pensiero, in una svagata sospensione dell’esistenza, un sonno della coscienza molto simile alla morte. Del resto, non posso immaginare che quando preghiamo per i defunti, chiedendo per loro l’«eterno riposo», domandiamo una perpetua disattenzione o la rinuncia a ogni moto e sentimento umano. Basta leggere qualche canto del Paradiso dantesco per accorgersi che quel regno di beatitudine riposante è pieno di attività: canti, balli, conversazioni, ricordi, preghiere, luci.

Per chiarirmi le idee sono andato a cercare l’etimologia della parola riposo. Ho scoperto che deriva dal greco pauo, che significa cessare da una attività faticosa, fermarsi. «Da cui – continua il dizionario etimologico – “poggiare”» e quindi l’espressione: «Riposare sopra qualcuno», cioè «confidare in lui». Ecco, questo mi convince. Riposo se, abbandonate per un certo tempo le faticose attività della vita quotidiana, posso «appoggiarmi» su qualcosa o qualcuno che merita la mia confidenza. E la meritano le cime montane guardate con la lunga calma di un tempo non assillato dagli orari; la merita l’infinità del mare e il silenzio di un bosco; la merita una cena con amici senza la preoccupazione di come comportarsi o di dire le parole giuste; la merita la curiosità per un quadro o un monumento in cui risplende il genio e la passione di grandi uomini che mi hanno preceduto; la merita un bel concerto, un buon libro e anche un pomeriggio passato a cucinare per coloro cui vuoi bene.

Il leopardiano pastore errante invidiava le sue pecore che, dopo aver mangiato, si riposavano quiete, mentre «s’io giaccio in riposo, il tedio assale». Ma non avrebbe mai scambiato la consapevolezza del suo bisogno infinito di pace, nascosto dentro la voglia di riposare, con l’incoscienza animale. Sapeva che il desiderio del riposo è, in fondo, urgenza di trovare un appoggio di cui si possa dire, come il salmo, «in Te riposa l’anima mia».

giovedì 9 luglio 2009

Educazione News 2009, numero 4: ci vogliono degli adulti

Lucrezio, il primo “illuminista” alla ricerca del senso della vita

A lato, busto di Epicuro. By courtesy of inezie essenziali

Da Il Sussidiario.net, giovedì 9 luglio 2009

di Laura Cioni

Gli antichi Romani non amavano molto la filosofia, la ritenevano un’occupazione inutile, quando non dannosa. Ma Lucrezio, uno dei loro massimi poeti, tradusse in un vasto poema il pensiero di Epicuro. La sua opera parla di lui come di un uomo che ebbe dallo studio della natura momenti di ebbrezza, ma non la felicità promessa. Egli soffre e conosce lucidamente la ragione del suo male, l’inspiegabile amarezza dell’inquietudine che afferra alla gola proprio in mezzo al piacere: medio de fonte leporum / surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat

In tutta la sua opera l’ammirazione sconfinata per la vastità del cosmo nel quale le cose si muovono incessantemente si intreccia con la percezione del limite. Il moto degli atomi che dà agli elementi della natura origine, consistenza e ordine ne spiega anche la decadenza e la morte; l’entusiasmo per l’indagine della ragione umana capace di strappare alla natura le sue leggi sfocia nella constatazione realista che tutto deperisce e si avvia verso la tomba. Proprio questo l’uomo teme sopra ogni cosa, la fine.

Lucrezio si propone di mostrare come solo la scienza sia in grado di sconfiggere questa paura, rivelando come stiano in realtà le cose. Occupazione importante, non certo gioco intellettuale, perché è in causa l’eternità, non un’ora sola: temporis aeterni quondam, non unius horae,/ ambigitur status. Occupazione coraggiosa, perché se è vero che nelle avversità si rivela di che pasta è fatto un uomo, occorre essere forti quando eripitur persona, manet res, strappata la maschera dell’apparenza e dell’illusione, rimane la cruda realtà.

La felicità è per Lucrezio il frutto di un’incessante battaglia contro l’ignoranza e il dolore, conquista conoscitiva ed etica insieme. Il saggio deve esercitare il distacco dalla passione degli eventi che passano per immergersi nel lavoro che gli è proprio, quello di lasciare che le cose rivelino il loro segreto. In una età in cui le enormi conquiste territoriali mettono in crisi le antiche istituzioni repubblicane, il poeta non si sottrae alla lotta che impegna il popolo romano con tutte le sue risorse. Lucrezio, come insegna Bergson nelle sue giovanili lezioni di latino, contribuisce allo sforzo comune, indicando nella ragione il farmaco che guarisca la paura della morte da cui nascono l’avidità della ricchezza, la brama degli onori, l’ambizione del potere, il disprezzo della sobrietà, la soppressione degli avversari.

Tutta la nostra vita si dibatte nell’oscurità: simili ai bambini che tremano e si impauriscono di tutto nelle tenebre cieche, noi, in piena luce, spesso temiamo pericoli tanto poco terribili quanto quelli che l’immaginazione teme e crede di vedere avvicinarsi. Questi terrori, queste tenebre dello spirito, li devono dissipare non i raggi del sole né i dardi luminosi del giorno, ma lo studio e la comprensione della natura.

Se questo sia sufficiente, ognuno lo può stabilire in base alla propria esperienza di sé e del mondo. Resta il fatto che in quel suo tempo ormai privo di dei e non ancora visitato da Dio, la sua proposta isolata e sofferta giunge come un correttivo e un avvertimento. Dopo l’opera di Lucrezio i Romani per la prima volta riconoscono al pensare una dignità pari a quella di altre opere più appariscenti.

Seleziona oggi e seleziona domani, che cosa finisci per avere fra le mani?

A lato, Escher Bond of union by courtesy of FelixTheCatNews
Grazie a Génétique.org

A propos du diagnostic
préimplantatoire


Le magazine l'Express consacre un article au diagnostic préimplantatoire (DPI), méthode dont l'objectif est de sélectionner, après fécondation in vitro, des embryons non porteurs d'une maladie héréditaire grave. Les embryons atteints de la maladie recherchée sont éliminés.

Dans certains pays on commence à assouplir cette pratique, réservée à l'origine à des maladies graves pour l'enfant. En Grande-Bretagne, les autorités médicales ont autorisé récemment le recours au DPI pour sélectionner un embryon indemne d'un gène de prédisposition au cancer du sein (cf. Revue de presse du 12/01/09).

En France, la méthode a été autorisée par la loi de bioéthique de 1994. Elle est réservée aux couples mariés, dont la femme a moins de 37 ans et dont le futur enfant a un risque certain d'être atteint d'une maladie "grave et incurable". 400 couples y ont recours chaque année. Il existe trois centres agréés en France : Montpellier, Strasbourg et Clamart en Région Parisienne. Le Pr Frydman qui dirige ce service constate qu'il y a de plus en plus de demandes.

L'Express dresse le portrait d'un couple d'origine africaine, tous deux porteurs de la drépanocytose, une maladie du sang. Eux même ne sont pas malades, pas plus que leur fille de 2 ans. Ils souhaitent pourtant avoir recours au DPI pour leur deuxième enfant afin d'être "débarrassé" du gène anormal. De plus, ils souhaitent que ce bébé soit compatible avec sa grande sœur, afin qu'il puisse éventuellement servir de donneur de moelle si la petite fille venait à développer la maladie. "Votre fille ne nécessite pas de greffe pour l'instant, et il est fort possible qu'elle n'ait jamais à y recourir" ont alors répondu les médecins. Cette sélection de "bébés médicaments" a été autorisée en France "à titre provisoire" depuis un an pour des affections d'une extrême gravité. Pour l'instant aucune grossesse de ce type n'a été entamée.

L'Express.fr (Gilbert Charles) 08/07/09

© Copyright Gènéthique - Chaque article présenté dans Gènéthique est une synthèse d'articles parus dans la presse et dont les sources sont indiquées dans l'encadré. Les opinions exprimées ne sont pas toujours cautionnées par la rédaction.

mercoledì 8 luglio 2009

Quando il Giappone si chiuse

A lato, il castello di Shimabara, epicentro della rivolta allo Shogun, nel XVI secolo. Questa rivolta ebbe come esito la chiusura ermetica del Giappone all'Occidente, per i successivi 300 anni.

"Il Crocifisso del Samurai"
quando la Chiesa entrò
nella storia del Giappone

di Tommaso E. Romolotti

da Il Sussidiario.net di mercoledì 8 luglio 2009

In contemporanea con la mostra “Samurai” al Palazzo Reale di Milano, esce un interessante libro a firma di Rino Cammilleri “Il Crocifisso del Samurai” ricostruzione romanzata degli eventi che portarono i Cristiani giapponesi alla rivolta del 1637 e che ne videro l’eroica resistenza fino all’ultimo uomo nel corso del successivo assedio che le truppe dello shogun condussero contro di loro a prezzo di altissime perdite.

Evento poco conosciuto in Occidente e sostanzialmente sconosciuto in Italia, come del resto spesso accade per quelle situazioni (la maggior parte) in cui le vittime sono cristiane: chi volesse cercare tramite Google pagine in italiano che contengano la parola “Shimabara” (il luogo ove convenzionalmente ebbe origine la rivolta), troverà alberghi, foto, e persino il meteo, ma i riferimenti ai fatti che qui interessano scarseggiano visibilmente.

È questo il primo merito dell’autore: avere proposto ad un più vasto pubblico un momento storico ad oggi rimasto appannaggio quasi esclusivo di storici ed appassionati, e che invece merita di essere conosciuto sia per la particolarità del fatto sia per il coinvolgimento che inevitabilmente provoca in ciascuno di noi.

Il Giappone aveva già visto rivolte in cui il fenomeno religioso si mescolava ad altri fattori (come l’eccessiva pressione fiscale sul ceto contadino), come nel caso dell’insurrezione della lega Ikko-ikki nella seconda metà del 1500 fomentata dai monaci buddisti, ma queste erano comunque riconducibili al più ampio contesto degli scontri tra clan rivali per l’ottenimento del potere. Il romanzo fa ben comprendere che invece Shimabara fu qualcosa di diverso. La rivolta cristiana vide in prima fila i samurai rimasti senza padrone, i ronin o “uomini onda”, cui si uniscono artigiani e soprattutto contadini, accomunati dal credo cristiano (o comunque simpatizzanti). Ma perché una rivolta?
Dall’inizio della diffusione del cristianesimo in Giappone, ad opera di S. Francesco Saverio, il bakufu (governo militare) aveva considerato la nuova religione soprattutto sotto il profilo dell’opportunità. Sotto la personalità di Nobunaga (che non fu shogun, ma sceglieva chi dovesse divenirlo) la diffusione del Cristianesimo fu agevolata anche in chiave anti-buddista, poi, con i governanti successivi le cose cambiarono; il Cristianesimo fu visto non solo come una religione importata dall’esterno (del resto al pari delle altre per il Giappone, con l’eccezione dello shinto), ma soprattutto come un elemento di destabilizzazione: esisteva “qualcuno” cui rendere conto che andava oltre il bakufu, lo shogun, e – per quanto rilevasse all’epoca – l’imperatore. Questo, in un contesto sociale incentrato sull’assoluta obbedienza come quello del Giappone nel XVII secolo, lo shogun non poteva (meglio, non voleva) accettarlo; ne derivarono persecuzioni, che – diffuse sotto il profilo territoriale – ebbero momenti di particolare ferocia nelle pubbliche esecuzioni dei Martiri a Nagasaki (di cui Cammilleri ricorda a tinte vivide quella di S.Paolo Miki e compagni, del 1597; il Martirologio Romano ne celebra altre nella medesima città, in particolare quelle del 1622 e 1628). Nel momento in cui alle persecuzioni religiose si aggiungono le ulteriori angherie dei feudatari locali, nascenti da richieste fiscali (il sistema nipponico dell’epoca prevedeva una misura fissa e non proporzionale), i ronin scelgono di riprendere le armi. La ricostruzione offerta dal libro del momento socio-economico che attraversava il Giappone risulta accurata e permette al lettore di calarsi nel periodo storico (a chi ne rimanesse affascinato si consiglia di approfondire anche con saggi ed illustrazioni del bellissimo catalogo della sopra citata mostra Samurai, ed. Mazzotta, in cui i colori delle sfavillanti armature, i riferimenti alle tradizioni, i racconti, permetteranno di fantasticare ulteriormente sugli eventi narrati nel romanzo). In questo contesto di persecuzioni anticristiane, l’autore attraverso i propri personaggi, descrive il momento in cui alla repressione segue la rivolta.

Lo stile giornalistico con cui situazioni, emozioni, discussioni vengono proposte rende il romanzo di agile lettura, e ben si adatta alla struttura redazionale che si presenta sotto forma di una sorta di diario di guerra, in cui si alternano anche interessanti flash back che portano il lettore ai tempi di S.Francesco Saverio ovvero alla fine dell’ottocento con la scoperta della chiesa “sotterranea” giapponese da parte dei missionari francesi.

Cammilleri si destreggia abilmente nelle scene di battaglia, assedio, azioni ninja e combattimenti corpo a corpo, calando nei momenti descrittivi e nei dialoghi tra contendenti i classici giapponesi sulle arti marziali - tra i quali il lettore potrà riconoscere in particolare gli insegnamenti del Libro dei Cinque Anelli - e conferendo una valenza di tipo epico agli scontri, in cui i kirishitan si battono al grido di guerra “Iesu! Mariya!”. Ma sarebbe riduttivo considerare il romanzo come una cronaca di fatti militari: l’autore utilizza il contesto bellico per creare personaggi e situazioni che permettano di affrontare il tema più profondo della fede secondo parole e mentalità che ben si addicono ad uomini giapponesi del XVII secolo. Conosciamo così la bellissima storia d’amore tra Kato e Yumiko, paradossalmente resa possibile proprio dallo stato di belligeranza; ovvero la figura di Hideo Kayata, il personaggio forse meglio riuscito del romanzo, che coniuga le virtù proprie del samurai con quelle del cattolico: uomo di fede e combattente valoroso ad un tempo, sarà maestro di armi e di vita al giovane Kato, sacrificandosi per lui in un coinvolgente scontro con il celebre samurai Miyamoto Musashi (personaggio storico che l’autore schiera nelle file pagane). Ma la figura forse più difficile da descrivere sembra essere stata quella di Amakusa Shiro, l’Inviato del Cielo, il “ragazzo di due volte otto anni” annunciato dalla profezia; personaggio storicamente esistito e circondato di un’aura di mistero, che con il proseguire della narrazione assume caratteri decisi e ben strutturati. Del resto, il lettore approfondisce la sua conoscenza parallelamente ai ribelli che lo vedono per la prima volta: da figura lontana e forse eccessivamente carismatica, a persona amica – nel suo “tè notturno” con alcuni combattenti riecheggiano commoventi le note Shakespeariane dell’Enrico V – e capace di destare sincera simpatia nel lettore, fino al momento del suo sacrificio finale.

Ed è nel momento della disfatta terrena dei ribelli Cristiani, che Cammilleri riassume gli elementi caratterizzanti la grandezza dei rivoltosi, che si batteranno tutti fino all’ultimo per la propria fede ed il diritto di professarla da uomini liberi. Ed in alcune scene finali il pensiero del lettore corre a Mission - che in fondo racconta una storia non molto dissimile, accaduta in un tempo non troppo distante dai fatti raccontati, e che vede sempre sullo sfondo aleggiare la figura dei Padri Gesuiti – e ci piace immaginare come un indovinato tributo al citato film il momento in cui il traditore “pentito” Yamada Emosaku pronuncerà parole analoghe a quelle del pavido cardinale Altamirano: “viviamo nella memoria di coloro che vengono dopo di noi” (frase che in effetti meglio si addice ad un pagano che ad un prelato cattolico).

Epica, amore, fede: un libro che terrà il lettore coinvolto fino all’ultima pagina, affascinato dalla storia di uomini che, da autentici abitanti dell’antico Giappone e con il totale senso dell’onore e dedizione che li contraddistingue, combatteranno fino all’ultimo per il loro Signore: Iesu.

La matematica è troppo difficile? È un problema di metodo.

A lato, gli appunti manoscritti di un corso di geometria descrittiva sulle forme di 4a specie, del prof. Manara. By courtesy of Descrittiva4

Da Il Sussidiario.net

Mario Gargantini

martedì 7 luglio 2009

È vero che molti degli studenti che abbandonano gli studi universitari a causa della matematica avrebbero potuto salvarsi attraverso un lavoro mirato a coltivare la forma mentis matematica? È possibile oggi proporre un simile lavoro? Sono domande legittime in questo momento di bilanci di fine anno ele risposte, secondo i matematici Marco Bramanti, Giancarlo Travaglini sono senz’altro affermative.

I due studiosi, docenti il primo al Politecnico di Milano e il secondo all’Università di Milano Bicocca, hanno appena dato alle stampe un volume (Matematica. Questione di metodo), con un sottotitolo provocatorio: come affrontare la fatica dello studio e scoprire la bellezza. E ce lo spiegano così: «La nostra ambizione è far incontrare due parenti che si parlano poco: la matematica della bellezza (quella che appare in certi libri divulgativi, o in conferenze, mostre, articoli nelle pagine scientifiche dei giornali, e perfino in qualche film ...) e la matematica della fatica (che molti ragazzi conoscono bene). La fatica si supera acquisendo un metodo di lavoro adeguato, meglio se attraverso esempi belli e interessanti; alla fine la bellezza non è solo nell'ammirazione per ciò che altri hanno fatto, ma soprattutto nell'aver fatto proprio un metodo di ragionamento che ha arricchito le potenzialità della nostra mente».

Bramanti e Travaglini hanno un’idea ben precisa dei motivi per cui molte persone incontrano difficoltà nello studio della matematica; difficoltà riconducibile a due carenze. Una riguarda i prerequisiti: essendo lo studio della matematica organizzato in un percorso logico molto sequenziale, ogni eventuale periodo di difficoltà comporta una debolezza nell’affronto delle fasi successive, che non sempre viene risolta.

L’altra carenza è dovuta al particolare metodo di studio che la matematica richiede di sviluppare: bisogna comprendere la necessità di un linguaggio preciso e saperlo utilizzare quando necessario, familiarizzarsi con gli strumenti logici e il simbolismo matematico, comprendere le giustificazioni dei risultati verificandone i passaggi e riutilizzandole in situazioni analoghe. In sintesi: fare propria una certa forma mentale che privilegi sistematicamente il ragionamento rispetto alla memorizzazione e all'applicazione di schemi meccanici. «Molti studenti, pur sostanzialmente consapevoli delle proprie carenze su questi punti, non sanno come porvi rimedio e negli anni si rassegnano a puntare al minimo in matematica; un minimo che cercano di raggiungere con molto esercizio e con l’applicazione di schemi mnemonici e meccanici».

Per superare questa rassegnazione Bramanti e Travaglini propongono un percorso che punta alla costruzione della forma mentis matematica. Che inizia dalla precisione di linguaggio, dalla sicurezza nell'uso di implicazioni, controesempi, dimostrazioni per assurdo, dalla conoscenza dei simboli. Ma che poi si rafforza se non si ha la paura di affrontare la “palestra” di prove più impegnative: come studiare una dimostrazione, visualizzandola attraverso opportuni esempi, poi spezzando il ragionamento in passi, quindi ricostruendola da soli “su un foglio bianco”, ripulendola da eventuali imperfezioni, infine verificandone la comprensione attraverso il suo utilizzo in problemi differenti.

Il consiglio degli autori è di utilizzare il loro libro «durante gli ultimi due anni della Scuola Superiore, oppure (meglio tardi che mai) all'inizio dei corsi universitari: è stato pensato sia come strumento di uso personale, sia per l'organizzazione di veri e propri corsi con le finalità prima indicate».

E a proposito di corsi, è interessante scoprire la lunga storia da cui nasce un’opera del genere. Sul finire degli anni '70, gruppi di laureandi e borsisti, aiutati e incoraggiati da alcuni docenti, in particolare dal professor Carlo Felice Manara, tenevano in forma non ufficiale, dei “corsi di orientamento per matricole” del Corso di Laurea in Matematica a Milano, basati su un'idea non lontana da quella sviluppata in questo libro. Centinaia di studenti sono passati per quei precorsi e la stessa impostazione è stata poi ripresa in altre esperienze condotte in varie università: tra queste esperienza va segnalato un progetto di e-learning sviluppato nell'Università di Milano Bicocca. «Abbiamo deciso ora di ripensare a quelle idee, che ci sembrano tuttora valide, e ripresentarle, rielaborate alla luce della nostra esperienza di insegnamento universitario e delle ulteriori riflessioni didattiche che abbiamo avuto modo di sviluppare in questi anni. Sempre con l'idea di non separare lo studio e la sua fatica dall'arricchimento che la matematica, come ogni aspetto del sapere, dà a chi sa e vuole ascoltare».

Benedetto XVI: la crisi è da combattere investendo integralmente sulla risorsa umana

A lato, Silvio Berlusconi al G8, by courtesy of Panorama

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 5 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lettera che Benedetto XVI ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in occasione del G8, che si riunisce a L’Aquila, dall’8 al 10 luglio.

* * *

Onorevole Signor Presidente,

in vista del prossimo G8 dei Capi di Stato e di Governo del Gruppo dei Paesi più Industrializzati, che si svolgerà a L’Aquila nei giorni 8-10 luglio p.v. sotto la Presidenza italiana, mi è gradito inviare un cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti. Colgo poi volentieri l’occasione per offrire un contributo alla riflessione sulle tematiche dell’incontro, come in passato ho già avuto modo di fare. Sono stato informato dai miei collaboratori circa l’impegno con cui il Governo, che Ella ha l’onore di presiedere, si sta preparando a quest’importante appuntamento, e so quale attenzione abbia riservato alle riflessioni, che, sulle tematiche dell’imminente Vertice, hanno formulato la Santa Sede, la Chiesa Cattolica in Italia e il mondo cattolico in generale, nonché Rappresentanti di altre religioni.

La partecipazione di Capi di Stato o di Governo, non solo del G8 ma di molte altre Nazioni, farà sì che le decisioni da adottare, per trovare vie di soluzione condivise sui principali problemi che incidono su economia, pace e sicurezza internazionale, possano rispecchiare più fedelmente i punti di vista e le attese delle popolazioni di tutti i Continenti. Questa partecipazione allargata alle discussioni del prossimo Vertice appare pertanto quanto mai opportuna, tenendo conto delle molteplici problematiche dell’attuale mondo altamente interconnesso e interdipendente. Mi riferisco, in particolare, alle sfide della crisi economico-finanziaria in corso, così come ai dati preoccupanti del fenomeno dei cambiamenti climatici, che non possono non spingere a un saggio discernimento e a nuove progettualità per «"convertire" il modello di sviluppo globale» (cfr. Benedetto XVI, Angelus 12 novembre 2006), rendendolo capace di promuovere, in maniera efficace, uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della solidarietà umana e della carità nella verità. Alcune di queste tematiche vengono affrontate anche nella mia terza Enciclica Caritas in veritate, che proprio nei prossimi giorni verrà presentata alla stampa.

In preparazione al Grande Giubileo del 2000, su impulso di Giovanni Paolo II, la Santa Sede ebbe a prestare grande attenzione ai lavori del G8. Il mio venerato Predecessore era infatti persuaso che la liberazione dei Paesi più poveri dal fardello del debito e, più in generale, lo sradicamento delle cause della povertà estrema nel mondo dipendevano dalla piena assunzione delle responsabilità solidali nei confronti di tutta l’umanità, che hanno i Governi e gli Stati economicamente più avanzati. Responsabilità che non sono venute meno, anzi sono diventate oggi ancora più pressanti. Nel passato recente, in parte grazie alla spinta che il Grande Giubileo del 2000 ha dato alla ricerca di soluzioni adeguate alle problematiche relative al debito e alla vulnerabilità economica dell’Africa e di altri Paesi poveri, in parte grazie ai notevoli cambiamenti nello scenario economico e politico mondiale, la maggioranza dei Paesi meno sviluppati ha potuto godere di un periodo di straordinaria crescita, che ha consentito a molti di essi di sperare nel conseguimento dell’obiettivo fissato dalla Comunità internazionale alla soglia del terzo millennio, quello cioè di sconfiggere la povertà estrema entro il 2015. Purtroppo, la crisi finanziaria ed economica, che investe l’intero Pianeta dall’inizio del 2008, ha mutato il panorama, cosicché è reale il rischio non solo che si spengano le speranze di uscire dalla povertà estrema, ma che anzi cadano nella miseria pure popolazioni finora beneficiarie di un minimo benessere materiale.

Inoltre, l’attuale crisi economica mondiale comporta la minaccia della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente in favore dell’Africa e degli altri Paesi economicamente meno sviluppati. E pertanto, con la stessa forza con cui Giovanni Paolo II chiese il condono del debito estero, vorrei anch’io fare appello ai Paesi membri del G8, agli altri Stati rappresentati e ai Governi del mondo intero, affinché l’aiuto allo sviluppo, soprattutto quello rivolto a "valorizzare" la "risorsa umana", sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione. Non è infatti investendo sull’uomo – su tutti gli uomini e le donne della Terra – che si potrà riuscire ad allontanare in modo efficace le preoccupanti prospettive di recessione mondiale? Non è in verità questa la strada per ottenere, per quanto possibile, un andamento dell’economia mondiale a beneficio degli abitanti di ogni Paese, ricco e povero, grande e piccolo?

Il tema dell’accesso all’educazione è intimamente connesso all’efficacia della cooperazione internazionale. Se allora è vero che occorre "investire" sugli uomini, l’obiettivo dell’educazione basica per tutti, senza esclusioni, entro il 2015, non solo va mantenuto, bensì rafforzato generosamente. L’educazione è condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia, per la lotta contro la corruzione, per l’esercizio dei diritti politici, economici e sociali e per la ripresa effettiva di tutti gli Stati, poveri e ricchi. Ed applicando rettamente il principio della sussidiarietà, il sostegno allo sviluppo non può non tener conto della capillare azione educatrice che svolgono la Chiesa cattolica e altre Confessioni religiose nelle regioni più povere e abbandonate del Globo.

Agli illustri partecipanti all’incontro del G8, mi preme altresì ricordare che la misura dell’efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi coincide con la misura della sua valenza etica. Occorre cioè tener presenti le concrete esigenze umane e familiari: mi riferisco, ad esempio, all’effettiva creazione di posti di lavoro per tutti, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità che hanno nell’educare i figli e nell’essere protagonisti nelle comunità di cui sono parte. «Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, - ebbe a scrivere Giovanni Paolo II - in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale» (Centesimus annus, 43; cfr. Id., Laborem excercens, 18). E proprio a tale scopo, si impone l’urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione – e se necessario persino andando oltre – alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo. Auspico che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice ONU del Millennio circa l’eliminazione della povertà estrema entro il 2015. E’ doveroso riformare l’architettura finanziaria internazionale per assicurare il coordinamento efficace delle politiche nazionali, evitando la speculazione creditizia e garantendo un’ampia disponibilità internazionale di credito pubblico e privato al servizio della produzione e del lavoro, specialmente nei Paesi e nelle regioni più disagiati.

La legittimazione etica degli impegni politici del G8 esigerà naturalmente che essi siano confrontati con il pensiero e le necessità di tutta la Comunità Internazionale. A tal fine, appare importante rafforzare il multilateralismo, non solo per le questioni economiche, ma per l’intero spettro delle tematiche riguardanti la pace, la sicurezza mondiale, il disarmo, la salute, la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali per le generazioni presenti e future. L’allargamento del G8 ad altre regioni costituisce senz’altro un importante e significativo progresso; tuttavia nel momento dei negoziati e delle decisioni concrete ed operative, bisogna tenere in attenta considerazione tutte le istanze, non solo quelle dei Paesi più importanti o con un più marcato successo economico. Solo questo può infatti rendere tali decisioni realmente applicabili e sostenibili nel tempo. Si ascolti pertanto la voce dell’Africa e dei Paesi meno sviluppati economicamente! Si ricerchino modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei Paesi, compreso il G8, all’Assemblea delle Nazioni Unite, dove ogni Nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi in una situazione di uguaglianza con le altre.

Vorrei infine aggiungere che è quanto mai significativa la scelta del Governo Italiano di ospitare il G8 nella città de L’Aquila, scelta approvata e condivisa dagli altri Stati membri ed invitati. Siamo stati tutti testimoni della generosa solidarietà del Popolo italiano e di altre Nazioni, di Organismi nazionali ed internazionali verso le popolazioni abruzzesi colpite dal sisma. Questa mobilitazione solidale potrebbe costituire un invito per i membri del G8 e per i Governi e i Popoli del mondo ad affrontare uniti le attuali sfide che pongono improrogabilmente l’umanità di fronte a scelte decisive per il destino stesso dell’uomo, intimamente connesso con quello del creato.

Onorevole Signor Presidente, mentre imploro l’assistenza di Dio su tutti i presenti al prossimo G8 de L’Aquila e sulle iniziative multilaterali intese a risolvere la crisi economico-finanziaria e a garantire un futuro di pace e di prosperità per tutti gli uomini e le donne senza nessuna esclusione, colgo volentieri l’occasione per esprimerLe nuovamente la mia stima e, assicurando la mia preghiera, Le porgo un deferente e cordiale saluto.

Dal Vaticano, 1° luglio 2009

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 7 luglio 2009

Benedetto XVI: L'amore della cui verità Cristo è testimone

Lettera enciclica
Caritas in veritate
del sommo pontefice
Benedetto XVI

Ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità

INTRODUZIONE

1. La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell'amore e della verità e ci svela in pienezza l'iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6).

qui è pubblicato sul sito del Vaticano il testo completo dell'enciclica. Nell'immagine, dettaglio della creazione dell'uomo, dal portale nord della Cattedrale di Chartres

Medicina & Persona: rassegna stampa ed editoriale del 3 luglio 2009

“Il vostro errore è di voler dimensionare il mondo sul vostro metro, mentre ampliando la conoscenza delle cose vi trovereste davvero ampliata in eguale misura la conoscenza di voi stessi” (C. Monet)


Dopo il convegno...

Come avevamo introdotto in un precedente Editoriale, la clinica è un metodo di conoscenza della realtà diverso dalla somma delle singole conoscenze. L’oggetto è una persona, e il metodo della conoscenza è la relazione di cura che si instaura tra il medico, l’infermiere, e il paziente. La tendenza della moderna medicina, che sembra irresistibile, a restringere tutta la complessità di questa relazione nei parametri biotecnologici, viene definita con involontaria ironia “medicina personalizzata”. Nel corso del Convegno abbiamo ascoltato esperienze di professionisti che hanno esemplificato in modo inequivocabile come questa modalità di conoscenza sia più ricca, più articolata e più “scientificamente corretta”. Come dice Giorgio Bordin nella sua mostra “Arte, scienza e conoscenza”: “…L’induzione scientifica astrae una legge penalizzando l’individualità, l’irripetibilità dell’essere nella sua manifestazione non solo del singolo individuo, ma anche della sua singolarità colta nell’istante presente. Solo nell’hic et nunc, unico punto vivibile per un individuo (poiché l’istante prima è scomparso e quello successivo non è ancora), si manifesta l’Essere. La contemporaneità è il luogo necessario per la relazione. L’astrazione concettuale chiude la porta per sempre all’irruzione del presente nella mia esistenza, rendendolo perennemente estraneo. Il predominio della clinica in medicina è l’esemplificazione di questa formula, e la sua riduzione è un indicatore di un processo culturale che riguarda l’idea stessa di conoscenza”. In che misura abbiamo centrato l’obiettivo che ci eravamo posti? Chi al Convegno c’è stato, ha potuto sperimentare una apertura al reale che non si percepisce normalmente nelle nostre corsie, e si è trovato arricchito professionalmente e umanamente. Provare per credere. Editoriale a cura di M. Bregni La Redazione/span>


LA STAMPA SUL NOSTRO CONVEGNO
"La medicina non si fa solo confrontando i numeri" - (Avvenire) E. Negrotti - 26/06/2009
Speranza e cura, relazioni virtuose - (Avvenire) E. Negrotti - 27/06/2009
EUTANASIA/TESTAMENTO BIOLOGICO
Le ragioni laiche per opporsi all'eutanasia - (L'Osservatore Romano) - 01/07/2009

ABORTO/LEGGE194/RU486
Chi boicotta la pillola Ru486 - (L'Unità) . Bartolommei - 01/07/2009
Se tra i diritti universali ora entra anche l'aborto - (Libero) L. Santambrogio - 02/07/2009
La pillola della lentezza che fa bene al sesso - (Libero) G. Grossi - 02/07/2009

BIOETICA/BIOPOLITICA
Perchè la morte non va rimossa - (Il Secolo XIX) M. Ferraris - 02/07/2009

CELLULE STAMINALI/LEGGE 40
Fecondazione assistita anche per coppie non sterili - (Corriere della Sera) M. De Bac - 01/07/2009
Legge 40, la strategia è riscriverla in tribunale - (Avvenire) A. Galli - 02/07/2009
Eugenetica alla bolognese - (Il Foglio) - 02/07/200
All'estero per procreare colpa della disinformazione - (Avvenire) - 02/07/2009
Sull'embrione nessun oscurantismo - (Corriere della Sera)- 03/07/2009
Con le staminali la Chiesa non sbagli come con Galileo - (Il Giornale) A. Tornielli - 03/07/2009
Sarà meglio tenerci il turismo procreativo - (piuvoce.net) N. Tiliacos - 03/07/2009
Caso Galileo, dagli atti del processo una lezione per la Chiesa di oggi - (Avvenire) - 03/07/2009
Cercasi figlio disperatamente - (Panorama)A. Piperno - 09/07/2009

ORGANIZZAZIONE SANITARIA/SPESA/RICERCA/FARMACI
Ricerca, 16 milioni in ballo - (Il Sole24Ore Sanità) - 15/06/2009
Manovra d'estate. Ai precari il 40% dei posti - (Il Sole24Ore ) G. Trovati - 27/06/2009
Oppioidi con ricetta semplice - (Il Sole24Ore Sanità) M.Bartoloni - 29/06/2009
Gemelli primi passi a braccetto della riforma sanitaria - (Il Sole24Ore Sanità) A. Cicchetti - 29/06/2009
Premio agli ospedali più attenti alle donne - (Il Sole24Ore ) M. Perrone - 29/06/2009
Pieni poteri ai medici Inps contro le false invalidità - (Corriere della Sera) E. Marro - 30/06/2009
Cura e ricerca, rinasce il nuovo Policlinico - (Corriere della Sera) S. Ravizza - 30/06/2009
La piaga dolente della sanità - (Tempi-Il Giornale ) B. Frigerio - 02/07/2009
Il paradosso delle protesi d'anca - (Il Sole24Ore ) A. Mingardi - 02/07/2009
I medici ribadiscono: non faremo la spia - (La Discussione) - 03/07/2009
Cassa dei medici: Parodi non vuole mollare - (Il Mondo) - 10/07/2009

ASS. MEDICINA E PERSONA - Via Melchiorre Gioia, 171 - 20125 Milano - Tel 0267382754 - Fax 0267100597 - PI 13020590157 - info@medicinaepersona.org

Danza in Motoperpetuo al Nuovostudiofoce il 19 luglio

A lato, foto di Michele Engeler "Final Fight" lo scorso 19 dicembre a Lugano, ritrae Manuela Bernasconi che insegna alla scuola di ballo di Lugano Urban Dance, che da settembre verrà assimilata da MotoPerpetuo- Centro di formazione Danza e Movimento. Il sito è qui.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Cari colleghi, danzatori e semplicemente appassionati,

il 19 di luglio l'Associazione MOTOPERPETUO organizza una giornata dedicata alla danza a 360° con brevi performance ed esibizioni di giovani creativi locali e del nord Italia, uno sguardo sulle nuove tendenze, momenti di discussione e di confronto rivolti a tutti i curiosi, giovani e meno
giovani e agli attori della danza in Ticino.

Sarebbe fantastica la vostra presenza all'evento per potersi conoscere attraverso questa fantastica forma espressiva quale la danza e il movimento!

La giornata si svolgerà al Teatro Nuovostudiofoce dalle 15:00 alle 21:00.
Nella hall verrà allestito uno spazio dove poter chiacchierare insieme, parlare con i ballerini che si esibiranno e incontrare attori della danza in Ticino sia in campo performativo che formativo.

vi saluto e spero di vedervi presto.

Manuela Bernasconi
Associazione MOTOPERPETUO
+41 79 814 86 52

I nostri libri per l'estate

L'incontro con Michele e Andrea Fazioli e Alberto Moccetti

Fazioli - Moccetti - Fazioli: Libri in valigia - letture per l’estate, lunedì 8 giugno a Lugano

è stato un evento eccezionale per la vivacità che documentava, e sicuramente lo ripeteremo. Davanti a pochi appassionati i tre hanno parlato dei libri che amano, dando suggerimenti e chiavi di lettura.
Ve ne riproponiamo l'elenco, aggiungendo in calce alcuni nostri suggerimenti. Non diamo l'indicazione di chi dei tre abbia suggerito cosa, perché ci assumiamo la responsabilità di riconsigliarli tutti.

1) CLASSICI:

* Jane Austen
Orgoglio e pregiudizio, edizione Garzanti o Mondadori ma non Rizzoli
Emma
Persuasione
Senno e sensibilità
Mansfield Park
* Anton Cecov, Racconti, Rizzoli
* Raymond Carver, Racconti (emulo di Cecov)
* Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro
* Joseph Conrad, Il pirata
* Aleksander Puskin, I racconti di Belkin

2) Sulla PATERNITÀ

* Jonathan Franzen, Le correzioni, Einaudi
* Philip Roth; Patrimonio
* Corman Mc Carthy; La strada

4) Nuovi narratori
* Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi
* Jorn Riel, Prima di domani, Iperborea
* Jonathan Safran Foer, Molto forte incredibilmete vicino (sulle torri gemelle)
* David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore (da tenere presente che il libro è stato portato a termine, mentre quella che era una fiction è divenuta drammatica realtà per l’autore)

5) Lievi e divertenti

* Alexander McCall Smith
Il ciclo africano
Le lacrime della giraffa
Morale e belle ragazze
Un peana per le zebre
Il the è sempre una soluzione
Scarpe azzurre e felicità
Il buon marito
Il ciclo scozzese
Il club dei filosofi dilettanti
Amici, amanti e cioccolata
Il piacere sottile della pioggia
L'uso sapiente delle buone maniere
* Stefania Bertola
Ne parliamo a cena -> buono
Aspirapolvere di stelle -> meno buono, la stessa linguaccia
Biscotti e sospetti -> titolo meraviglioso, più del libro

6) Di nuovo i classici:
* Mark Twain, Huckleberry Finn
* Ernest Hemingway,
I racconti di Nick Adams
Festa mobile
Verdi colline d’Africa
Addio alle armi
* Italo Calvino, Il barone rampante
* Carlo Cassola
La ragazza di Bube
Fausto e Anna
Il cacciatore
* Beppe Fenoglio, Una questione privata
* Graham Greene, Racconti, Mondadori

7) Fantascienza di grandissima classe
* Frank Herber, Dune, Editrice Nord (solo il primo tomo, il resto è illeggibile)
* Theodore Sturgeon
Cristalli sognanti, Adelphi
Nascita del superuomo, Mondadori

8) I due più bei romanzi del XX secolo
*
J.R.R.Tolkien, Il Signore degli anelli (che non ha niente a che vedere con il film)
* Vasslilj Grossman, Vita e Destino (edito per primo da Jaca Book, e recentemente da Adelphi)

A Mindanao mettono le bombe nelle cattedrali

Il papa durante l'Angelus di domenica ha detto:

Esprimo inoltre la mia profonda deplorazione per l’attentato compiuto stamani a Cotabato nelle Filippine, dove l’esplosione di una bomba davanti alla Cattedrale, durante la celebrazione della Messa domenicale, ha causato alcuni morti e numerosi feriti, tra cui vi sono donne e bambini. Mentre prego Dio per le vittime dell’ignobile gesto, elevo la mia voce per condannare ancora una volta il ricorso alla violenza, che non costituisce mai una via degna alla soluzione dei problemi esistenti.

Bomba all’esterno di una chiesa a Cotabato:
5 morti e decine di feriti
Lo scoppio è avvenuto stamattina durante una messa presieduta da mons. Orlando Quevedo. Il prelato parla solo di “attentatori”. L’esercito accusa il Fronte islamico Moro, che nega ogni responsabilità. La strategia della tensione va beneficio di entrambi i gruppi.

Manila (AsiaNews 5 luglio 2009) – Cinque morti e almeno 45 feriti è il bilancio provvisorio per l’esplosione di una bomba all’esterno di una chiesa nel sud delle Filippine a Cotabato, nell’isola di Mindanao. L’esercito sospetta che l’attentato – avvenuto stamattina - sia opera dei ribelli del Fronte islamico di liberazione Moro (Milf) , ma alcuni loro leader negano ogni responsabilità.

L’ordigno, piazzato vicino a un magazzino alimentare all’esterno della cattedrale dell’Immacolata Concezione, è scoppiato mentre officiava l’arcivescovo mons. Orlando Quevedo. Fra i morti vi sono una venditrice ambulante, una guardia che vigilava all’entrata della chiesa e un bambino di tre anni.

Mons. Quevedo non ha fatto alcuna supposizione. Egli si è limitato a dire che questo attentato non è “solo un crimine, ma un sacrilegio. Preghiamo tutti per la conversione degli attentatori. La violenza non porta a nulla”.

Membri dell’esercito hanno accusato il Milf che da anni si batte per l’indipendenza di Mindanao, ma negli ultimi anni aveva deciso di aprire un dialogo con il governo. Alcuni leader del Milf hanno negato ogni coinvolgimento nell’attentato.

Secondo alcuni esperti, la “strategia della tensione” è voluta non solo dal Milf – che alza la posta nei suoi dialoghi con il governo – ma anche dall’esercito che riceve ogni anno fondi per combattere la guerriglia.

sabato 4 luglio 2009

C'è del nuovo nel Web: chi non è con noi... è invitato!

venerdì 3 luglio 2009

A furor di popolo, don Paxi farà una lezione in più

A lato, Vincent van Gogh, natura morta: il libro, con un grazie a Lucia

Ricordiamo che la prossima lezione di preparazione che Don Giorgio Paximadi terrà sulla figura e l’opera di san Paolo sarà
dalle 9:30 alle 12:00, in vista dell’allestimento della mostra voluta dalla Conferenza Episcopale Italiana in occasione dell’anno dedicato a san Paolo (2008-2009).

Lo scopo delle lezioni è prepararsi a guidare le visite durante il periodo d'esposizione della mostra, ma sono aperte a chiunque sia interessato ad approfondire il tema.

L'entrata è libera, si richiede di segnalare in anticipo la propria presenza scrivendo a laviadidamasco@gmail.com o telefonando a Ida Soldini: +41 77 4018375

Le registrazioni, per uso interno, saranno messe a disposizione a richiesta.

Ci stiamo preparando su questi contenuti:

La prospettiva storica proposta da Marta Sordi

Marta Sordi tenne al Centro Culturale di Milano un inconto sul San Paolo, martedì 27 maggio 2008. La grande studiosa è morta nell'aprile del 2009, venerata e rimpianta da utti quelli che l'hanno conosciuta.

Le ragioni di Benedetto XVI

Le udienze generali di Benedetto XVI su San Paolo:
Le omelie per l'indizione dell'Anno Paolino:

Associazione Testori: a Bergamo il 4 luglio e Varallo il 5

A lato: Giovanni Carnovali detto il Piccio, Ritratto di Anastasia Spini-Berrgamo, Accademia Carrara, by courtesy of Roberto Corradi.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:


BERGAMO, SABATO 4 LUGLIO ore 14.
Itinerario bergamasco con Simone Facchinetti
conservatore del Museo Bernareggi e curatore della mostra dedicata al Moroni nel 2005.

L'itinerario si svolge tra Palazzo della Ragione, dove sono custoditi i meravigliosi ritratti della Carrara, fa tappa nella vicina Cattedrale, con la pala con Madonna e Bambino e Santi del 1576, e si conclude nella chiesa di Sant'Alessandro della Croce, dove si potranno ammirare la grande pala con l'Incoronazione della Vergine, appena restaurata, e il bellissimo ritratto (che alcuni studiosi ritengono addirittura un Autoritratto) conservato in sacrestia.

Appuntamento ore 14.00 in Piazza Vecchia a Bergamo.
Il costo e' di 15 euro (10 per i soci) e include il biglietto di ingresso a Palazzo della Ragione.
Per partecipare alla visita occorre prenotarsi telefonando allo 02 552298369/370 o inviando una mail a info@associazionetestori.it.


VARALLO, DOMENICA 5 LUGLIO ore 21.00
presso Cappella della Crocifissione:
"A tu per tu con Gaudenzio"
con Valter Malosti.

Dopo il restauro, per ragioni di conservazione, ai visitatori e' stato vietato l'ingresso nella Cappella, visibile solo dalle vetrate che chiudono i varchi di apertura. Ora la Riserva naturale speciale del Sacro Monte, ha installato delle bussole di vetro che, entrando di circa un metro nella cappella, permettono ai visitatori di avere uno sguardo finalmente completo della cappella.
In occasione dell'inaugurazione di queste nuove strutture, la Riserva e l'Associazione Giovanni Testori hanno organizzato una serata speciale, imperniata su una perfomance di Valter Malosti, che mettera' in scena, davanti al capolavoro gaudenziano, i testi e le poesie che Giovanni Testori gli aveva dedicato.

INGRESSO LIBERO

Per info: www.associazionetestori.it oppure info@associazionetestori.it

mercoledì 1 luglio 2009

Siamo in un'epoca di una pericolosità sterminata

A lato: Kolyma Highway, nota anche come "la strada delle ossa", conduce alla metropoli dei lager sovietici, sul massiccio della Kolyma. By courtesy of misspudding, che commenta: This was the road constructed to get to the gulag camps of the Russian Far East. It literally was constructed of, not only quality structural fill for a road, but also of the bones of the people who built the road. When they died from exhaustion and malnutrition, their bodies were thrown into the road base and built on top of. Crazy history. Cruddy road.

di Julián Carrón
Pubblicato su Avvenire, mercoledì 1 luglio 2009

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell’ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l’avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l’avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell’io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l’essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un'altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l’evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un'epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un'epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell'umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere».

Benedetto XVI: la ragione, il gusto e la realtà tangibile di ciò in cui crediamo

A lato, il buon pastore, III sec. d.C., Musei Vaticani. By courtesy of centroarte.it

Omelia nella santa messa della Solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo e imposizione del pallio ai nuovi metropoliti, Basilica Vaticana, Lunedì, 29 giugno 2009

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!

A tutti rivolgo il mio saluto cordiale con le parole dell’Apostolo accanto alla cui tomba ci troviamo: “A voi grazia e pace in abbondanza” (1Pt 1, 2). Saluto, in particolare, i Membri della Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e i numerosi Metropoliti che oggi ricevono il Pallio. Nella colletta di questa giornata solenne chiediamo al Signore “che la Chiesa segua sempre l’insegnamento degli Apostoli dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede”. La richiesta che rivolgiamo a Dio interpella al contempo noi stessi: seguiamo noi l’insegnamenti dei grandi Apostoli fondatori? Li conosciamo veramente? Nell’Anno Paolino che si è ieri concluso abbiamo cercato di ascoltare in modo nuovo lui, il “maestro delle genti”, e di apprendere così nuovamente l’alfabeto della fede. Abbiamo cercato di riconoscere con Paolo e mediante Paolo il Cristo e di trovare così la via per la retta vita cristiana. Nel Canone del Nuovo Testamento, oltre alle Lettere di san Paolo, ci sono anche due Lettere sotto il nome di san Pietro. La prima di esse si conclude esplicitamente con un saluto da Roma, che però appare sotto l’apocalittico nome di copertura di Babilonia: “Vi saluta la co-eletta che vive in Babilonia…” (5, 13). Chiamando la Chiesa di Roma la “co-eletta”, la colloca nella grande comunità di tutte le Chiese locali – nella comunità di tutti coloro che Dio ha adunato, affinché nella “Babilonia” del tempo di questo mondo costruiscano il suo Popolo e facciano entrare Dio nella storia. La Prima Lettera di san Pietro è un saluto rivolto da Roma all’intera cristianità di tutti i tempi. Essa ci invita ad ascoltare “l’insegnamento degli Apostoli”, che ci indica la via verso la vita.

Questa Lettera è un testo ricchissimo, che proviene dal cuore e tocca il cuore. Il suo centro è – come potrebbe essere diversamente? – la figura di Cristo, che viene illustrato come Colui che soffre e che ama, come Crocifisso e Risorto: “Insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta … Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2, 23s). Partendo dal centro che è Cristo, la Lettera costituisce poi anche un’introduzione ai fondamentali Sacramenti cristiani del Battesimo e dell’Eucaristia e un discorso rivolto ai sacerdoti, nel quale Pietro si qualifica come co-presbitero con loro. Egli parla ai Pastori di tutte le generazioni come colui che personalmente è stato incaricato dal Signore di pascere le sue pecorelle e così ha ricevuto in modo particolare un mandato sacerdotale. Che cosa, dunque, ci dice san Pietro – proprio nell’Anno sacerdotale – circa il compito del sacerdote? Innanzitutto, egli comprende il ministero sacerdotale totalmente a partire da Cristo. Chiama Cristo il “pastore e custode delle … anime” (2, 25). Dove la traduzione italiana parla di “custode”, il testo greco ha la parola epíscopos (vescovo). Un po’ più avanti, Cristo viene qualificato come il Pastore supremo: archipoimen (5, 4). Sorprende che Pietro chiami Cristo stesso vescovo – vescovo delle anime. Che cosa intende dire con ciò? Nella parola greca “episcopos” è contenuto il verbo “vedere”; per questo è stata tradotta con “custode” ossia “sorvegliante”. Ma certamente non s’intende una sorveglianza esterna, come s’addice forse ad una guardia carceraria. S’intende piuttosto un vedere dall’alto – un vedere a partire dall’elevatezza di Dio. Un vedere nella prospettiva di Dio è un vedere dell’amore che vuole servire l’altro, vuole aiutarlo a diventare veramente se stesso. Cristo è il “vescovo delle anime”, ci dice Pietro. Ciò significa: Egli ci vede nella prospettiva di Dio. Guardando a partire da Dio, si ha una visione d’insieme, si vedono i pericoli come anche le speranze e le possibilità. Nella prospettiva di Dio si vede l’essenza, si vede l’uomo interiore. Se Cristo è il vescovo delle anime, l’obiettivo è quello di evitare che l’anima nell’uomo s’immiserisca, è di far sì che l’uomo non perda la sua essenza, la capacità per la verità e per l’amore. Far sì che egli venga a conoscere Dio; che non si smarrisca in vicoli ciechi; che non si perda nell’isolamento, ma rimanga aperto per l’insieme. Gesù, il “vescovo delle anime”, è il prototipo di ogni ministero episcopale e sacerdotale. Essere vescovo, essere sacerdote significa in questa prospettiva: assumere la posizione di Cristo. Pensare, vedere ed agire a partire dalla sua posizione elevata. A partire da Lui essere a disposizione degli uomini, affinché trovino la vita.

Così la parola “vescovo” s’avvicina molto al termine “pastore”, anzi, i due concetti diventano interscambiabili. È compito del pastore pascolare e custodire il gregge e condurlo ai pascoli giusti. Pascolare il gregge vuol dire aver cura che le pecore trovino il nutrimento giusto, sia saziata la loro fame e spenta la loro sete. Fuori di metafora, questo significa: la parola di Dio è il nutrimento di cui l’uomo ha bisogno. Rendere sempre di nuovo presente la parola di Dio e dare così nutrimento agli uomini è il compito del retto Pastore. Ed egli deve anche saper resistere ai nemici, ai lupi. Deve precedere, indicare la via, conservare l’unità del gregge. Pietro, nel suo discorso ai presbiteri, evidenzia ancora una cosa molto importante. Non basta parlare. I Pastori devono farsi “modelli del gregge” (5, 3). La parola di Dio viene portata dal passato nel presente, quando è vissuta. È meraviglioso vedere come nei santi la parola di Dio diventi una parola rivolta al nostro tempo. In figure come Francesco e poi di nuovo come Padre Pio e molti altri, Cristo è diventato veramente contemporaneo della loro generazione, è uscito dal passato ed entrato nel presente. Questo significa essere Pastore – modello del gregge: vivere la Parola ora, nella grande comunità della santa Chiesa.

Molto brevemente vorrei ancora richiamare l’attenzione su due altre affermazioni della Prima Lettera di san Pietro, che riguardano in modo speciale noi, in questo nostro tempo. C’è innanzitutto la frase oggi nuovamente scoperta, in base alla quale i teologi medievali compresero il loro compito, il compito del teologo: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (3, 15). La fede cristiana è speranza. Apre la via verso il futuro. Ed è una speranza che possiede ragionevolezza; una speranza la cui ragione possiamo e dobbiamo esporre. La fede proviene dalla Ragione eterna che è entrata nel nostro mondo e ci ha mostrato il vero Dio. Va al di là della capacità propria della nostra ragione, così come l’amore vede più della semplice intelligenza. Ma la fede parla alla ragione e nel confronto dialettico può tener testa alla ragione. Non la contraddice, ma va di pari passo con essa e, al contempo, conduce al di là di essa – introduce nella Ragione più grande di Dio. Come Pastori del nostro tempo abbiamo il compito di comprendere noi per primi la ragione della fede. Il compito di non lasciarla rimanere semplicemente una tradizione, ma di riconoscerla come risposta alle nostre domande. La fede esige la nostra partecipazione razionale, che si approfondisce e si purifica in una condivisione d’amore. Fa parte dei nostri doveri come Pastori di penetrare la fede col pensiero per essere in grado di mostrare la ragione della nostra speranza nella disputa del nostro tempo. Tuttavia, il pensare – pur così necessario – da solo non basta. Così come parlare, da solo, non basta. Nella sua catechesi battesimale ed eucaristica nel secondo capitolo della sua Lettera, Pietro allude al Salmo usato nella Chiesa antica nel contesto della comunione, e cioè al versetto che dice: “Gustate e vedete com’è buono il Signore” (Ps 34 [33], 9; 1 Pt 2, 3). Solo il gustare conduce al vedere. Pensiamo ai discepoli di Emmaus: solo nella comunione conviviale con Gesù, solo nella frazione del pane si aprono i loro occhi. Solo nella comunione col Signore veramente sperimentata essi diventano vedenti. Ciò vale per tutti noi: al di là del pensare e del parlare, abbiamo bisogno dell’esperienza della fede; del rapporto vitale con Gesù Cristo. La fede non deve rimanere teoria: deve essere vita. Se nel Sacramento incontriamo il Signore; se nella preghiera parliamo con Lui; se nelle decisioni del quotidiano aderiamo a Cristo – allora “vediamo” sempre di più quanto Egli è buono. Allora sperimentiamo che è cosa buona stare con Lui. Da una tale certezza vissuta deriva poi la capacità di comunicare la fede agli altri in modo credibile. Il Curato d’Ars non era un grande pensatore. Ma egli “gustava” il Signore. Viveva con Lui fin nelle minuzie del quotidiano oltre che nelle grandi esigenze del ministero pastorale. In questo modo divenne “uno che vede”. Aveva gustato, e per questo sapeva che il Signore è buono. Preghiamo il Signore, affinché ci doni questo gustare e possiamo così diventare testimoni credibili della speranza che è in noi.

Alla fine vorrei far notare ancora una piccola, ma importante parola di san Pietro. Subito all’inizio della Lettera egli ci dice che la mèta della nostra fede è la salvezza delle anime (cfr 1, 9). Nel mondo del linguaggio e del pensiero dell’attuale cristianità questa è un’affermazione strana, per alcuni forse addirittura scandalosa. La parola “anima” è caduta in discredito. Si dice che questo porterebbe ad una divisione dell’uomo in spirito e fisico, in anima e corpo, mentre in realtà egli sarebbe un’unità indivisibile. Inoltre “la salvezza delle anime” come mèta della fede sembra indicare un cristianesimo individualistico, una perdita di responsabilità per il mondo nel suo insieme, nella sua corporeità e nella sua materialità. Ma di tutto questo non si trova nulla nella Lettera di san Pietro. Lo zelo per la testimonianza in favore della speranza, la responsabilità per gli altri caratterizzano l’intero testo. Per comprendere la parola sulla salvezza delle anime come mèta della fede dobbiamo partire da un altro lato. Resta vero che l’incuria per le anime, l’immiserirsi dell’uomo interiore non distrugge soltanto il singolo, ma minaccia il destino dell’umanità nel suo insieme. Senza risanamento delle anime, senza risanamento dell’uomo dal di dentro, non può esserci una salvezza per l’umanità. La vera malattia delle anime san Pietro, alla nostra sorpresa, la qualifica come ignoranza – cioè come non conoscenza di Dio. Chi non conosce Dio, chi almeno non lo cerca sinceramente, resta fuori della vera vita (cfr 1 Pt 1, 14). Ancora un’altra parola della Lettera può esserci utile per capire meglio la formula “salvezza delle anime”: “Purificate le vostre anime con l’obbedienza alla verità” (cfr 1, 22). È l’obbedienza alla verità che rende pura l’anima. Ed è il convivere con la menzogna che la inquina. L’obbedienza alla verità comincia con le piccole verità del quotidiano, che spesso possono essere faticose e dolorose. Questa obbedienza si estende poi fino all’obbedienza senza riserve di fronte alla Verità stessa che è Cristo. Tale obbedienza ci rende non solo puri, ma soprattutto anche liberi per il servizio a Cristo e così alla salvezza del mondo, che pur sempre prende inizio dalla purificazione obbediente della propria anima mediante la verità. Possiamo indicare la via verso la verità solo se noi stessi – in obbedienza e pazienza – ci lasciamo purificare dalla verità.

E ora mi rivolgo a voi, cari Confratelli nell’episcopato, che in quest’ora riceverete dalla mia mano il Pallio. È stato intessuto con la lana di agnelli che il Papa benedice nella festa di sant’Agnese. In questo modo esso ricorda gli agnelli e le pecore di Cristo, che il Signore risorto ha affidato a Pietro con il compito di pascerli (cfr Gv 21, 15-18). Ricorda il gregge di Gesù Cristo, che voi, cari Fratelli, dovete pascere in comunione con Pietro. Ci ricorda Cristo stesso, che come Buon Pastore ha preso sulle sue spalle la pecorella smarrita, l’umanità, per riportarla a casa. Ci ricorda il fatto che Egli, il Pastore supremo, ha voluto farsi Lui stesso Agnello, per farsi carico dal di dentro del destino di tutti noi; per portarci e risanarci dall’interno. Vogliamo pregare il Signore, affinché ci doni di essere sulle sue orme Pastori giusti, “non perché costretti, ma volentieri, come piace a Dio … con animo generoso … modelli del gregge” (1 Pt 5, 2s). Amen.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

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A lato, il sarcofago di san Paolo, by courtesy of Il portale dei geometri italiani

Omelia nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, Domenica, 28 giugno 2009

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Membri della Delegazione del Patriarcato ecumenico,
Cari fratelli e sorelle,

rivolgo a ciascuno il mio saluto cordiale. In particolare, saluto il Cardinale Arciprete di questa Basilica e i suoi collaboratori, saluto l’Abate e la comunità monastica benedettina; saluto pure la Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. L’anno commemorativo della nascita di san Paolo si conclude stasera. Siamo raccolti presso la tomba dell’Apostolo, il cui sarcofago, conservato sotto l’altare papale, è stato fatto recentemente oggetto di un’attenta analisi scientifica: nel sarcofago, che non è stato mai aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani d’incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. Inoltre, piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione. Molte persone hanno, durante questi mesi, seguito le vie dell’Apostolo – quelle esteriori e più ancora quelle interiori, che egli ha percorso durante la sua vita: la via di Damasco verso l’incontro con il Risorto; le vie nel mondo mediterraneo, che egli ha attraversato con la fiaccola del Vangelo, incontrando contraddizione e adesione, fino al martirio, per il quale appartiene per sempre alla Chiesa di Roma. Ad essa ha indirizzato anche la sua Lettera più grande ed importante. L’Anno Paolino si conclude, ma essere in cammino insieme con Paolo, con lui e grazie a lui venir a conoscenza di Gesù e, come lui, essere illuminati e trasformati dal Vangelo – questo farà sempre parte dell’esistenza cristiana. E sempre, andando oltre l’ambiente dei credenti, egli rimane il “maestro delle genti”, che vuol portare il messaggio del Risorto a tutti gli uomini, perché Cristo li ha conosciuti ed amati tutti; è morto e risorto per tutti loro. Vogliamo quindi ascoltarlo anche in questa ora in cui iniziamo solennemente la festa dei due Apostoli uniti fra loro da uno stretto legame.

Fa parte della struttura delle Lettere di Paolo che esse – sempre in riferimento al luogo ed alla situazione particolare – spieghino innanzitutto il mistero di Cristo, insegnino la fede. In una seconda parte, segue l’applicazione alla nostra vita: che cosa consegue a questa fede? Come essa plasma la nostra esistenza giorno per giorno? Nella Lettera ai Romani, questa seconda parte comincia con il dodicesimo capitolo, nei primi due versetti del quale l’Apostolo riassume subito il nucleo essenziale dell’esistenza cristiana. Che cosa dice a noi san Paolo in quel passaggio? Innanzitutto afferma, come cosa fondamentale, che con Cristo è iniziato un nuovo modo di venerare Dio – un nuovo culto. Esso consiste nel fatto che l’uomo vivente diventa egli stesso adorazione, “sacrificio” fin nel proprio corpo. Non sono più le cose ad essere offerte a Dio. È la nostra stessa esistenza che deve diventare lode di Dio. Ma come avviene questo? Nel secondo versetto ci vien data la risposta: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio…” (12, 2). Le due parole decisive di questo versetto sono: “trasformare” e “rinnovare”. Dobbiamo diventare uomini nuovi, trasformati in un nuovo modo di esistenza. Il mondo è sempre alla ricerca di novità, perché con ragione è sempre scontento della realtà concreta. Paolo ci dice: il mondo non può essere rinnovato senza uomini nuovi. Solo se ci saranno uomini nuovi, ci sarà anche un mondo nuovo, un mondo rinnovato e migliore. All’inizio sta il rinnovamento dell’uomo. Questo vale poi per ogni singolo. Solo se noi stessi diventiamo nuovi, il mondo diventa nuovo. Ciò significa anche che non basta adattarsi alla situazione attuale. L’Apostolo ci esorta ad un non-conformismo. Nella nostra Lettera si dice: non sottomettersi allo schema dell’epoca attuale. Dovremo tornare su questo punto riflettendo sul secondo testo che stasera voglio meditare con voi. Il “no” dell’Apostolo è chiaro ed anche convincente per chiunque osservi lo “schema” del nostro mondo. Ma diventare nuovi – come lo si può fare? Ne siamo davvero capaci? Con la parola circa il diventare nuovi, Paolo allude alla propria conversione: al suo incontro col Cristo risorto, incontro di cui nella Seconda Lettera ai Corinzi dice: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (5, 17). Era tanto sconvolgente per lui questo incontro con Cristo che dice al riguardo: “Sono morto” (Gal 2, 19; cfr Rm 6). Egli è diventato nuovo, un altro, perché non vive più per se stesso e in virtù di se stesso, ma per Cristo ed in Lui. Nel corso degli anni, però, ha anche visto che questo processo di rinnovamento e di trasformazione continua per tutta la vita. Diventiamo nuovi, se ci lasciamo afferrare e plasmare dall’Uomo nuovo Gesù Cristo. Egli è l’Uomo nuovo per eccellenza. In Lui la nuova esistenza umana è diventata realtà, e noi possiamo veramente diventare nuovi se ci consegniamo alle sue mani e da Lui ci lasciamo plasmare.

Paolo rende ancora più chiaro questo processo di “rifusione” dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare. Ciò che qui è stato tradotto con “modo di pensare”, è il termine greco “nous”. È una parola complessa. Può essere tradotta con “spirito”, “sentimenti”, “ragione” e, appunto, anche con “modo di pensare”. Quindi la nostra ragione deve diventare nuova. Questo ci sorprende. Avremmo forse aspettato che riguardasse piuttosto qualche atteggiamento: ciò che nel nostro agire dobbiamo cambiare. Ma no: il rinnovamento deve andare fino in fondo. Il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà – tutto il nostro pensare deve mutarsi a partire dal suo fondamento. Il pensiero dell’uomo vecchio, il modo di pensare comune è rivolto in genere verso il possesso, il benessere, l’influenza, il successo, la fama e così via. Ma in questo modo ha una portata troppo limitata. Così, in ultima analisi, resta il proprio “io” il centro del mondo. Dobbiamo imparare a pensare in maniera più profonda. Che cosa ciò significhi, lo dice san Paolo nella seconda parte della frase: bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà. Affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono. Si tratta dunque di una svolta nel nostro spirituale orientamento di fondo. Dio deve entrare nell’orizzonte del nostro pensiero: ciò che Egli vuole e il modo secondo cui Egli ha ideato il mondo e me. Dobbiamo imparare a prendere parte al pensare e al volere di Gesù Cristo. È allora che saremo uomini nuovi nei quali emerge un mondo nuovo.

Lo stesso pensiero di un necessario rinnovamento del nostro essere persona umana, Paolo lo ha illustrato ulteriormente in due brani della Lettera agli Efesini, sui quali pertanto vogliamo ancora riflettere brevemente. Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, una fede matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “matura”, una “fede adulta”. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Ma lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. È la fede che egli vuole. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr Ef 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri.

Ancora un altro pensiero importante appare nel versetto di san Paolo. L’Apostolo ci dice che, agendo secondo verità nella carità, noi contribuiamo a far sì che il tutto (ta panta) – l’universo – cresca tendendo a Cristo. Paolo, in base alla sua fede, non s’interessa soltanto della nostra personale rettitudine e non soltanto della crescita della Chiesa. Egli s’interessa dell’universo: ta pánta. Lo scopo ultimo dell’opera di Cristo è l’universo – la trasformazione dell’universo, di tutto il mondo umano, dell’intera creazione. Chi insieme con Cristo serve la verità nella carità, contribuisce al vero progresso del mondo. Sì, è qui del tutto chiaro che Paolo conosce l’idea di progresso. Cristo, il suo vivere, soffrire e risorgere è stato il vero grande salto del progresso per l’umanità, per il mondo. Ora, però, l’universo deve crescere in vista di Lui. Dove aumenta la presenza di Cristo, là c’è il vero progresso del mondo. Là l’uomo diventa nuovo e così diventa nuovo il mondo.

La stessa cosa Paolo ci rende evidente ancora a partire da un’altra angolatura. Nel terzo capitolo della Lettera agli Efesini egli ci parla della necessità di essere “rafforzati nell’uomo interiore” (3, 16). Con ciò riprende un argomento che prima, in una situazione di tribolazione, aveva trattato nella Seconda Lettera ai Corinzi: “Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno” (4, 16). L’uomo interiore deve rafforzarsi – è un imperativo molto appropriato per il nostro tempo in cui gli uomini così spesso restano interiormente vuoti e pertanto devono aggrapparsi a promesse e narcotici, che poi hanno come conseguenza un ulteriore crescita del senso di vuoto nel loro intimo. Il vuoto interiore – la debolezza dell’uomo interiore – è uno dei grandi problemi del nostro tempo. Deve essere rafforzata l’interiorità – la percettività del cuore; la capacità di vedere e comprendere il mondo e l’uomo dal di dentro, con il cuore. Noi abbiamo bisogno di una ragione illuminata dal cuore, per imparare ad agire secondo la verità nella carità. Questo, tuttavia, non si realizza senza un intimo rapporto con Dio, senza la vita di preghiera. Abbiamo bisogno dell’incontro con Dio, che ci vien dato nei Sacramenti. E non possiamo parlare a Dio nella preghiera, se non lasciamo che parli prima Egli stesso, se non lo ascoltiamo nella parola, che ci ha donato. Paolo, al riguardo, ci dice: “Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza” (Ef 3, 17ss). L’amore vede più lontano della semplice ragione, è ciò che Paolo ci dice con queste parole. E ci dice ancora che solo nella comunione con tutti i santi, cioè nella grande comunità di tutti i credenti – e non contro o senza di essa – possiamo conoscere la vastità del mistero di Cristo. Questa vastità, egli la circoscrive con parole che vogliono esprimere le dimensioni del cosmo: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Il mistero di Cristo ha una vastità cosmica: Egli non appartiene soltanto ad un determinato gruppo. Il Cristo crocifisso abbraccia l’intero universo in tutte le sue dimensioni. Egli prende il mondo nelle sue mani e lo porta in alto verso Dio. A cominciare da sant’ Ireneo di Lione – dunque fin dal II secolo – i Padri hanno visto in questa parola dell’ampiezza, lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Cristo un’allusione alla Croce. L’amore di Cristo ha abbracciato nella Croce la profondità più bassa – la notte della morte, e l’altezza suprema – l’elevatezza di Dio stesso. E ha preso tra le sue braccia l’ampiezza e la vastità dell’umanità e del mondo in tutte le loro distanze. Sempre Egli abbraccia l’universo – tutti noi.

Preghiamo il Signore, affinché ci aiuti a riconoscere qualcosa della vastità del suo amore. PreghiamoLo, affinché il suo amore e la sua verità tocchino il nostro cuore. Chiediamo che Cristo abiti nei nostri cuori e ci renda uomini nuovi, che agiscono secondo verità nella carità. Amen !

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Prima della Caritas in veritate leggiamo Il capitale
di Reinhard Marx

di Massimo Introvigne

L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI? “Sembra scritta da Marx”, “C’è la mano dell’autore de Il capitale”… Questi commenti non sono sbagliati, a sentire almeno qualche vaticanista (cfr. per esempio Giacomo Galeazzi, “La crisi cambia l’enciclica”, La Stampa, 30.6.2007). Fra coloro che hanno collaborato con il Papa per la stesura dell’enciclica ci sarebbe infatti – non da solo: Galeazzi cita anche, con altri, l’economista italiano Ettore Gotti Tedeschi – l’autore de Il capitale, Marx. Non si tratta però del fantasma di Karl Marx (1818-1883) ma del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera e Frisinga. Stanco di giochi di parole e battute di spirito che lo accompagnano fin da quando era seminarista – e tanto più fra il 2001 e il 2007 quando è stato vescovo di Treviri, la città natale di Karl Marx – il cardinale ha deciso di prendere, come si dice, il toro per le corna, di stare al gioco e di pubblicare anche lui un’opera intitolata Das Kapital, ora tradotta in italiano come Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato (Rizzoli, Milano 2009).

Il cardinale Marx è specialista sia della dottrina socio-economica della Chiesa sia della storia della dottrina sociale cattolica, particolarmente nei Paesi di lingua tedesca, e si situano qui i punti di forza del libro. L’attenzione del lettore è però pure attirata da qualche obiter dictum su altri temi. Il cardinale ricorda per esempio come da ambienti che di solito lo criticano per il suo atteggiamento “severo” “nell’ambito dell’etica sessuale” gli siano venute lodi per essersi “espresso contro la guerra in Iraq” (p. 130), e afferma pure – con riferimento alle controversie sul penitenziario dove l’amministrazione degli Stati Uniti d’America ha rinchiuso dopo l’11 settembre 2001 sospetti di terrorismo in attesa di processo – che “il sistema di Guantanamo Bay è sbagliato” (p. 145). Non si tratta di temi centrali nel volume, e a suo tempo, nel 2004 – scrivendo ai vescovi degli Stati Uniti nella sua funzione di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – il cardinale Joseph Ratzinger ricordava che “ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra”, mentre non può esserci – per esempio – in tema di aborto o di eutanasia (lettera “Dignità a ricevere la santa Comunione. Principi generali”, trascritta all’indirizzo http://www.cesnur.org/2004/04_ratzinger.htm). Né è forse un libro sulla crisi economica il luogo dove chiedere al cardinale Marx di spiegarsi sulle alternative che, a suo avviso, gli Stati Uniti d’America avrebbero potuto adottare in tema di lotta al terrorismo dopo l’11 settembre 2001.

Peraltro, non è priva d’interesse l’argomentazione storica del cardinale Marx in materia di diritti umani. Il capitale contiene una distinzione in tema d’Illuminismo che si ritrova anche in testi di Benedetto XVI, e che apprezza – distinguendolo dall’Illuminismo francese – in particolare quello inglese per la sua attenzione ai temi morali. I testi del cardinale Marx (e – sembrerebbe – anche di Benedetto XVI) hanno la loro radice, non citata esplicitamente ma talora richiamata in modo quasi letterale, nelle analisi dell’Illuminismo della storica statunitense di famiglia ebrea tedesca Gertrude Himmelfarb (rispettivamente moglie e madre di due esponenti importanti del movimento neo-conservatore, William e Irving Kristol). Direttamente dall’opera più nota della Himmelfarb, The Roads to Modernity. The British, French and American Enlightenments (Knopf, New York 2004), vengono gl’inviti del cardinale Marx a leggere gli scritti economici di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia politica liberista, alla luce dei suoi scritti morali e non viceversa (cfr. pp. 70-73). Si potrebbe andare così al di là di certe formule a effetto che sembrerebbero rimandare a una posizione “a prima vista immorale” (p. 71) e apprezzare, di Smith, l’aspirazione a “creare un’economia che soddisfacesse le esigenze di efficienza dei tempi nuovi ma rispondesse nel contempo a un principio etico di responsabilità” (p. 70).

Più in generale, il cardinale Marx attribuisce a un “Illuminismo illuminato” (p. 69) – distinto da altre forme d’Illuminismo – un ruolo ultimamente positivo nella fondazione dei diritti di libertà politica sulla base del senso comune e della ragione, che – se da una parte poteva incontrare l’ostilità delle Chiese, per cui questi diritti avrebbero dovuto piuttosto essere fondati su Dio – dall’altra offriva il vantaggio di poterli proporre come regole comuni a tutti gli uomini, fossero questi cattolici o protestanti, cristiani o musulmani, credenti o atei, posto che a tutti è comune la ragione. In quanto rivendicazione dei diritti della persona di fronte a pretese assolutiste o stataliste, questo processo ha le sue radici nel cristianesimo, che “ha contribuito in modo decisivo alla liberazione della dimensione politica e a quella della persona nella sua responsabilità individuale” (p. 43). L’Illuminismo (“illuminato”) “ha sviluppato nuove vie per dare a questi valori un fondamento che non fosse divino. Ma non li ha scoperti, bensì li ha trovati nella cultura cristiana occidentale e li ha rifondati” (p. 127).

Tuttavia – anche perché aggredita da un Illuminismo anticristiano che non era “illuminato” – la Chiesa, secondo il porporato tedesco, non comprese subito che una fondazione sulla base della ragione dei diritti umani non era di per sé e necessariamente “un nemico della sua istituzione e della sua visione del mondo” (p. 36). Questa comprensione si affermò solo gradatamente, lungo un percorso che va dalle grandi encicliche sulla politica del XIX e del XX secolo al Concilio Ecumenico Vaticano II e in particolare alla sua Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. Oggi sarebbe necessario riconoscere che una tale fondazione dei diritti ha rappresentato uno sviluppo positivo, evitando “una nostalgia culturale tinta di pessimismo per l’integralismo medievale” (p. 43).

Come si vede – né ho voluto sottacere spunti di carattere storico del volume che mi sembrano più problematici rispetto alla sua parte più propriamente socio-economica – si aprono qui problemi di notevole portata, e peraltro noti, che riguardano l’interpretazione della Dignitatis humanae alla luce dell’intera tradizione del Magistero della Chiesa e il giudizio dello stesso Magistero, sempre tendenzialmente positivo anche se mai oleografico, sul Medioevo, a proposito del quale andrebbero distinti i principi dalle loro applicazioni storiche, fermo restando che una mera “nostalgia culturale” non è, in effetti, sufficiente. È peraltro interessante il tema della distinzione fra diversi Illuminismi, che – come accennato – riecheggia spesso, probabilmente sulla base delle stesse fonti, anche nei discorsi del regnante Pontefice.

Questo discorso, è importante notare, si riferisce ai diritti della persona nella loro dimensione più strettamente politica. Quanto alla dimensione economica, il cardinale Marx ricorda come nel campo “dei diritti sociali fondamentali [il pensiero cattolico] ebbe un ruolo di precursore. In questo campo il liberalismo, nel corso della storia, arrancò zoppicante alle sue spalle” (pp. 152-153). Il Medioevo cristiano era in effetti più avanzato del mondo post-illuminista della rivoluzione industriale, per non parlare delle culture non cristiane che, per esempio, ignoravano l’istituzione dell’ospedale. “Per l’intero Medioevo la Chiesa fu l’unica istituzione pubblica sensibile all’assistenza ai poveri e agli ammalati. Accanto alle chiese episcopali e ai conventi furono fondati ospedali e alloggi; interi ordini religiosi si dedicarono alla cura di poveri, orfani, anziani, pellegrini, ammalati e derelitti. La Chiesa non si limitò ad approntare e mantenere queste organizzazioni caritative, ma cercò anche di ottenere un reale miglioramento delle condizioni di vita degli indigenti” (p. 150). Il post-Illuminismo della rivoluzione industriale europea si comportò purtroppo ben diversamente.

A proposito della rivoluzione industriale il cardinale Marx si confronta con il suo omonimo Marx (Karl). Ma l’unico apprezzamento che gli rivolge è per qualche formula particolarmente brillante e incisiva. I rimedi proposti da Karl Marx sono peggiori dei mali: “Con la Rivoluzione d’ottobre del 1917 su milioni di persone calò una notte che durò decenni. Una simile esperienza non si deve ripetere” (p. 233). Ricordando le critiche di Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, il cardinale rileva come non vada confuso il principio di solidarietà della dottrina sociale della Chiesa con la nozione marxista di solidarietà, che è una mera “solidarietà di classe” (p. 285) fra quei proletari che riconoscono come loro avanguardia il Partito Comunista. “Per questo non è dipeso da un tragico incidente della storia se nei Paesi del socialismo reale, ovvero nei Paesi comunisti, le condizioni effettive di oppressione politica ed economica hanno dato un significato perverso al concetto di solidarietà: si trattava di uno sviluppo intrinseco all’ideologia marxista” (p. 285) Se oggi, a causa della crisi economica, si verificasse “una rinnovata adesione ai falsi ideali di Karl Marx e dei suoi epigoni […] non c’è bisogno di dirlo, questo sarebbe tremendo” (p. 302).

A differenza di Karl Marx, la dottrina sociale della Chiesa affrontò i problemi della rivoluzione industriale in termini non di rivoluzione, ma di giustizia. La nozione di giustizia sociale nel senso moderno del termine non nasce con il marxismo e neppure nell’ambito del liberalismo, ma – ricorda il cardinale Marx – con un grande pensatore cattolico anti-socialista e anti-liberale, il padre gesuita torinese Luigi Taparelli d’Azeglio S.J. (1793-1862), “il più importante precursore della dottrina sociale della Chiesa” (p. 152). Da Taparelli d’Azeglio nasce un movimento che si esprime nelle grandi encicliche sociali, a cominciare dal corpus di Leone XIII (1810-1903) che, ricorda il porporato tedesco, in gioventù ebbe sia pure brevemente il gesuita di Torino come insegnante (p. 152). Ma si esprime anche nel pensiero e nell’azione di vescovi come Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), di cui il cardinale Marx è studioso (mentre, ricorda, Karl Marx era fiero avversario) e che apre una tradizione tedesca di prelati insieme impegnati nelle opere sociali e nello studio della dottrina sociale della Chiesa che arriva fino al cardinale Joseph Höffner (1906-1987), passando per la scuola economica – i cui esponenti sono in buona parte cattolici – detta “ordoliberale”, che intendeva difendere contro le critiche marxiste l’economia di mercato introducendo nello stesso tempo correttivi e provvidenze a favore dei più poveri.

Il cardinale Marx attribuisce a questa scuola un positivo influsso sul cosiddetto miracolo economico tedesco del secondo dopoguerra. Ne ricorda l’influenza sul magistero sociale di Giovanni Paolo II (1920-2005), che “fu molto vicino a questa corrente di pensiero” (p. 94). Segnala anche il dialogo degli esponenti della scuola ordoliberale con “uno dei più importanti pensatori liberali del secolo scorso” (p. 52), Friedrich August von Hayek (1899-1992), “noto agnostico che tuttavia non ha mai abbandonato la Chiesa” (p. 53) e che spesso è presentato come un teorico del mercato senza freni e senza regole, mentre una delle sue frasi preferite era che “la libertà senza principi morali non ha mai funzionato” (ibid.).

La riflessione sulla storia della dottrina sociale della Chiesa permette anche al cardinale Marx di criticare come imprecisa l’immagine secondo cui tale dottrina sociale sarebbe una “terza via” intermedia fra capitalismo e socialismo. Anzitutto, molto dipende da come si definisce il capitalismo. Il porporato ricorda il n. 42 dell’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II: “È forse questo [il capitalismo] il modello che bisogna proporre ai Paesi […] che cercano la via del vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.

Il cardinale Marx ne ricava che “non si deve pensare che la dottrina sociale della Chiesa si collochi esattamente a metà strada tra l’individualismo liberale e il collettivismo. È vero che la nostra posizione si situa tra questi due estremi, ma tuttavia registra una sorta di «sbandamento» verso il liberalismo” (p. 42). Il porporato è molto chiaro: sui temi fondamentali del diritto alla proprietà privata, anche dei mezzi di produzione, tra Karl Marx e l’economia di mercato la Chiesa sceglie l’economia di mercato. Perfino a fronte della crisi economica, rileva il cardinale, egli rimane “a favore dei mercati aperti, anche in ambito finanziario” (p. 232) – s’intende, non senza regole.

Che cosa è successo nel 2008? Secondo il cardinale Marx le radici profonde della crisi economica vengono dal 1989 e dalla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est. Si sono affermate tesi sulla “fine della storia” (è il titolo di un famoso libro del politologo statunitense Francis Fukuyama, del 1992) – presto smentite dai fatti, ma non è questo il punto – secondo cui ormai il capitalismo occidentale aveva vinto per sempre, per il venire meno dei suoi avversari storici. Coloro che come Fukuyama “hanno creduto che all’economia di mercato non ci fossero alternative […] non si sono dati più pensiero del suo fondamento etico” (p. 291). Ne è nato uno “sviluppo pericoloso” (p. 292), la tendenza della “economia di mercato a trasformarsi in una nuova sorta di capitalismo primitivo” (ibid.).

Con grande fatica la dottrina sociale della Chiesa – non il marxismo – aveva dato all’economia di mercato (al capitalismo, se si vuole, anche se i due concetti non sono esattamente identici) il suo volto umano, mantenendone i principi generali ma rettificandoli con il riferimento al fondamento etico, sorgente d’interventi a favore dei più deboli e di regole per impedire degenerazioni. Venuto meno l’avversario marxista, il mito della “fine della storia” ha determinato la tentazione di un ritorno al “capitalismo primitivo” della rivoluzione industriale. “La crisi finanziaria dell’estate 2008 ci mostra chiaramente come sia facile finire su un terreno scosceso quando la morale e l’etica vengono escluse dall’economia” (ibid.).

Nei diversi capitoli del libro, il cardinale Marx mostra la tragica situazione in cui versano sia l’Occidente, sia i Paesi in via di sviluppo, in particolare dopo la crisi economica del 2008. Poveri e nuovi poveri (fra cui i working poor, che non sono calcolati nelle statistiche sui disoccupati, ma i cui salari non sono sufficienti a superare la soglia di povertà) sono presenti, in misura maggiore o minore ma sempre allarmante, in tutti i Paesi, compresi i più avanzati. L’avidità dei gestori di fondi speculativi ha raggiunto alla vigilia della crisi economica proporzioni inimmaginabili, mandando alla rovina milioni di risparmiatori. La delocalizzazione ha moltiplicato la disoccupazione: e, attraverso la parabola degli stabilimenti Nokia in Germania – creati con ampi sussidi statali, e prontamente trasferiti in Romania dove il costo del lavoro è minore – il cardinale spiega come in un’economia libera non si possa impedire alle imprese di trasferirsi dove produrre costa meno, ma almeno si dovrebbe evitare d’incoraggiarle con incentivi ed esenzioni fiscali. I piccoli e medi imprenditori sono spesso lasciati da parte da politiche concordate con le sole grandi imprese, e che vanno a esclusivo beneficio di queste ultime. I programmi di aiuto allo sviluppo per i Paesi del Terzo Mondo non funzionano, frenati come sono dalla corruzione dei governanti locali e dall’accostamento inadeguato e ideologico di chi li gestisce. Soprattutto, le prime vittime della crisi sono la famiglia e l’educazione – insieme alla vita, aggredita dai programmi internazionali di diffusione dell’aborto – su cui s’investe sempre meno, perpetuando anche in un’epoca post-comunista il vecchio “disprezzo per la famiglia da parte delle ideologie marxiste” (p. 213).

Questo quadro – per molti versi affine alle denuncie del “turbocapitalismo” da parte del ministro italiano Giulio Tremonti – non chiama in causa solo l’Occidente, dominato dal regresso avido da un capitalismo temperato dalla solidarietà cattolica al capitalismo primitivo della rivoluzione industriale. La situazione peggiore, nota il cardinale Marx, è forse quella della Cina, dove in molte fabbriche si comincia a lavorare alle sette e trenta del mattino e per molti, come riferiva una cucitrice, “il giorno più bello era la domenica, quando dovevamo lavorare solo fino alle ventuno e trenta” (con “mezz’ora di tempo per mangiare e riposarci”) mentre negli altri giorni si lavora “fino alle due o alle tre del mattino” (p. 256). “Sembra quasi che l’attuale dirigenza cinese si sia posta l’obiettivo di operare una sintesi senza precedenti dei lati più oscuri del comunismo e del capitalismo” (p. 259).

L’esempio della Cina – e per altri versi quello dei fondi e dei prodotti finanziari speculativi che hanno determinato la crisi del 2008 – mostra la necessità di una nuova presentazione della dottrina sociale della Chiesa. I principi fondamentali di sussidiarietà e di solidarietà devono assumere, e non solo a parole, una dimensione internazionale, senza demonizzare la globalizzazione ma anche senza ignorarne i problemi: “la globalizzazione non è un fenomeno naturale, ma un processo che spetta all’uomo ordinare e coordinare” (p. 265). Né, a fronte della complessità dell’economia e della finanza contemporanee, si può più ragionare nei semplici termini tradizionali di una torta che non è spartita equamente e che potrebbe essere divisa in modo più giusto. Oggi la torta varia continuamente e “potremmo metterla così, dunque: non si tratta di dividersi una torta già pronta, bensì di prepararne una più grossa” (p. 277). Il cardinale Marx rimane affezionato alla tradizionale formula tedesca dell’“economia sociale di mercato”. Ma anche questa formula dev’essere oggi adattata a una realtà che certo non è più quella degli anni 1950.