giovedì 19 novembre 2009

Domenica 22 novembre, la Compagnia delle Opere online

I lavori dell'assemblea generale
della Compagnia delle Opere

saranno visibili in diretta streaming su
ilsussidiario.net a partire dalle ore 10:00
di domenica 22 novembre 2009.
Interverranno:
Bernhard Scholz, Don Julián Carrón e Giorgio Vittadini
Ingresso libero. Per informazioni: tel.+39.02.6739.6203
email:
assemblea2009@cdo.org

sopra: Marlon Brando in Fronte del porto, di Elia Kazan, 1954.

mercoledì 18 novembre 2009

Casadei: Ne uccide più l’oppio che il jihad

Andamento della produzione di oppio in Afghanistan (in azzuro) rispetto a tutti gli altri produttori mondiali (in grigio), dal 1980 al 2009: il picco sono 10 mila tonnellate.
Il grafico è tratto dal documento dell'ONU che Casadei commenta su Tempi.

Da Tempi

Prospera la produzione di droga che sotto forma di eroina avvelena l’Occidente e incatena l’Afghanistan a un’economia della morte

di Rodolfo Casadei

Attacchi contro gli inermi impiegati dell’Onu a Kabul, agguati ai marines nel sud del paese, credibili minacce di un’escalation del terrore alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali: ogni giorno che passa le condizioni di sicurezza appaiono deteriorate in Afghanistan e il valore della vita umana – quella dei civili afghani come quella dei militari Usa e Nato o dei cooperanti internazionali – continua a scemare.

Eppure la maggior quantità di morte, dolore e disgregazione i talebani non la stanno seminando per le strade di Kabul, ma lungo quelle di Teheran, Mosca, Berlino, Zurigo, Londra, ecc. E a compiere lo sporco lavoro non sono terrificanti esplosivi nascosti nelle auto o nei giubbotti di attentatori suicidi, ma una silenziosa polvere bianca o marrone: l’eroina. Quindici milioni di tossicodipendenti, quasi 100 mila morti all’anno è il risultato del consumo di 900 tonnellate di oppio raffinato (soprattutto in Iran) e 375 di eroina (soprattutto in Russia e nell’Europa occidentale) prodotte a partire dalle 3.700 tonnellate di oppio grezzo che ogni anno dall’Afghanistan raggiungono il resto del mondo grazie al controllo che sulla produzione e lo smercio esercitano i talebani. Detto in altre parole: ogni anno muoiono più russi per overdose di eroina (circa 30 mila secondo il governo) di quanti i mujaheddin afghani ne abbiano uccisi nei dieci anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989) e sette volte più eroinomani appartenenti ai paesi della Nato (10 mila in cifra assoluta) di quanti non siango i soldati caduti in otto anni di campagna afghana (un po’ più di 1.400, fra i quali 825 americani). Queste e altre cifre da brivido sono contenute in Addiction, Crime and Insurgency: The transnational threat of Afghan opium, l’ultimo rapporto prodotto dall’Unodc, l’ente delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e alla criminalità.

Se c’è un fenomeno che Isaf e Restore Hope non hanno saputo controllare in otto anni di presenza in Afghanistan, questo è la produzione di oppio. Negli anni del regime del mullah Omar (1996-2001) la coltivazione era arrivata ad occupare 82 mila ettari di terre coltivabili e a fornire 3.200 tonnellate di prodotto prima che i talebani accettassero, nel 2001, un accordo con le Nazioni Unite in base al quale avrebbero represso il fenomeno in cambio di aiuti finanziari internazionali praticamente equivalenti al mancato reddito da traffico di droga. Quell’anno in Afghanistan furono coltivati appena 7 mila ettari a papavero da oppio. Dopo l’insediamento del governo Karzai la produzione è ripresa con un’espansione quasi geometrica, toccando un picco nel 2007: 193 mila ettari coltivati, per un raccolto pari a 8.200 tonnellate. Dopo di allora superfici e produzione sono andate in flessione per un motivo che non ha nulla a che fare con le condizioni di sicurezza e la capacità di fare rispettare la legge nel paese: il mercato mondiale è saturo, non c’è più domanda da soddisfare. L’Afghanistan è arrivato a produrre il 92 per cento dell’oppio coltivato nel mondo, e se non va oltre è semplicemente perché più di così non si vende. Risulta anzi che non tutta la droga prodotta nel paese sia stata smerciata nei mercati finali: secondo i calcoli dell’Unodc manca all’appello la cifra-monstre di 12 mila tonnellate di oppio grezzo, che sarebbe stoccato dentro e fuori dell’Afghanistan per far sì che non scendano troppo i prezzi. Le ragioni profonde di questi fatti sono state più volte analizzate: il mancato controllo del territorio da parte delle forze Usa-Nato nelle regioni del Sud, il mancato arrivo degli aiuti internazionali nelle medesime, una presenza talebana molto organizzata a partire dal 2005, l’alto tasso di corruzione di polizia e guardie di frontiera afghane (si pensi al solo fatto che appena il 2 per cento dell’oppio prodotto in Afghanistan viene sequestrato sul posto, mentre già Iran e Pakistan intercettano rispettivamente il 20 e il 17 per cento dell’oppio afghano che transita attraverso il loro territorio).

I talebani oggi ci guadagnano di più
Le entrate realizzate dai contadini afghani grazie alla coltivazione del papavero sono pari ad appena il 3 per cento del fatturato complessivo dell’intera filiera mondiale dell’eroina, ovvero un miliardo di dollari su 65 miliardi totali. Però l’incidenza sui redditi locali è piuttosto significativa: nell’Afghanistan occidentale le entrate da coltivazione dell’oppio ammontano al 10 per cento del reddito familiare medio, in quello orientale al 21 e in quello meridionale addirittura al 40 per cento. Questo spiega il costante aumento del numero delle persone interessate dai benefici della narcoeconomia: secondo l’Unodc sarebbero raddoppiate fra il 2003 e il 2009, passando da 1,7 a 3,4 milioni di unità, cioè un po’ più del 10 per cento della popolazione totale. I talebani, per parte loro, fanno più soldi oggi con l’oppio di quanti ne facevano quando erano al potere: sarebbero passati dai 75-100 milioni di dollari all’anno degli anni Novanta a 90-160 attualmente, provenienti per la maggior parte dalla tassazione dei raccolti, dei fattori di produzione, del trasporto, ecc. Per quanto notevole, la cifra non coprirebbe più del 15 per cento dei “costi” della loro “attività” (secondo l’Isaf il dato sarebbe un po’ più alto, fra il 20 e il 30 per cento), che secondo fonti citate dal rapporto ammonterebbero a 800-1.000 milioni di dollari. Il resto delle finanze necessarie arriverebbero da altre forme di tassazione (pedaggi stradali riscossi a posti di blocco, imposte sulla fornitura di acqua ed elettricità, ecc.) e da amici dall’estero (Pakistan e Arabia Saudita). Questi dati avvalorano ancora di più l’idea che i talebani abbiano favorito in questi anni l’espansione della narcoeconomia non solo per meglio finanziare la propria lotta, ma per scopi squisitamente politici: legare un numero sempre maggiore di afghani al proprio sistema economico-politico-militare e produrre danni al tessuto sociale degli Stati nemici. Un’ultima tendenza molto preoccupante è l’estensione dei “benefici” del narcotraffico agli Stati vicini: oggi il 25 per cento dell’oppio afghano viene esportato attraverso i paesi dell’Asia centrale, dove sono attive non solo organizzazioni criminali, ma molti movimenti islamisti di lotta armata: il Movimento islamico dell’Uzbekistan, il Partito islamico del Turkmenistan, l’Organizzazione per la liberazione del Turkestan orientale (in Cina). C’è da temere che nel giro di pochi anni questi movimenti siano in grado di armarsi in modo più sofisticato e reclutare più combattenti, così da avviare guerriglie destabilizzanti proprio nella regione del mondo sulla quale più si punta per gli approvvigionamenti energetici del futuro.

L'Europa è un'osteria volante. La profezia laica di G.K.Chesterton

A lato, la copertina dell'edizione inglese, che intendiamo procurarci.

All'insegna dell'osteria

da Berlicche

Sono un poco stupito che nella discussione sul crocefisso e l'islamismo rampante non si sia mai citato un romanzo stranamente profetico di quasi un secolo fa.
Il libro narra di una Inghilterra in cui la piaggeria verso l'Islam conduce alla sostituzione progressiva delle croci con la mezzaluna, delle tradizioni occidentali con quelle "turche"; con conseguenze come l'abolizione delle osterie.
La lotta tragicomica di un nerboruto poeta-guerriero irlandese e del padrone di una osteria smantellata per mantenere il diritto al bicchierino, condotta sfruttando la lettera della legge e la conoscenza della propria terra, è la scusa per una robusta satira sociale e una galleria di ritratti di intellettuali più o meno proni al nuovo che avanza.

Stiamo parlando, se ancora non l'aveste riconosciuta, de "L'osteria volante" di G.K. Chesterton. Un'opera che se per certi aspetti appare assolutamente datata - pubblicata nel 1914, già la prima guerra mondiale renderà obsoleto il mondo che descrive - da certi altri lascia stupefatti per la lungimiranza nel prevedere determinati meccanismi che ora, solo ora sono in pieno svolgimento.
Colpiscono soprattutto i ragionamenti usati da alcuni personaggi per affermare la superiorità della cultura islamica. Apparentemente lineari, appaiono tuttavia folli a chi conosca la realtà. E' proprio il cozzo tra la realtà e l'imposizione di una ideologia il tema fondamentale del libro.

Chesterton, che non ancora convertito quando lo scrisse, fallisce tuttavia nell'indicare il vero punto di scontro. Ci gira attorno, ma non lo concretizza mai: quello che rende possibili le osterie, e impedisce gli harem, è proprio quella croce che compare nell'insegna dell'osteria del titolo; e che l'improbabile Profeta che imperversa nelle pagine vorrebbe rimpiazzare per ogni dove, dai tetti ai segni di spunta.

Di fronte all'ingiustizia imposta c'è chi si adegua e chi no: "Ho visto oggi qualcosa di peggio della morte: e il suo nome è Pace". ["I have seen something today that is worse than death: and the name of it is Peace."]
Non è il Turco il nemico che Chesterton indica, ma chi pretende di rimpiazzare il mondo "fatto male" con qualcosa di meglio ideato da lui.
Una lettura straordinaria, molto più godibile in lingua originale se si può.
E termino con una delle straordinarie canzoni che lo costellano. Una canzone di amore e, se si può dire, di speranza.

Lady, the light is dying in the skies,
Lady, and let us die when honour dies,
Your dear, dropped glove was like a gauntlet flung,
When you and I were young.
For something more than splendour stood; and ease was not the only good
About the woods in Ivywood when you and I were young.

Lady, the stars are falling pale and small,
Lady, we will not live if life be all
Forgetting those good stars in heaven hung
When all the world was young,
For more than gold was in a ring, and love was not a little thing
Between the trees in Ivywood when all the world was young. *

Signora, nei cieli ora la luce muore
Signora, fà che moriamo se muore l'onore
Il tuo guanto caduto, cara, era una sfida gettata in più
per me e te, in gioventù.
Perchè là più dello splendore stava
E non solo la comodità importava
Là nei boschi di Ivywood per me e te, in gioventù.
Signora, sta cadendo una stella piccola e smorta
Signora, noi non vivremo se la vita solo importa
dimenticando quelle buone stelle appese lassù
Quando aveva il mondo la gioventù
Perchè c'era più dell'oro in un anello
e non era l'amore piccola cosa, quello
Là nei boschi di Ivywood, quando aveva il mondo la gioventù.


[traduzione di Berlicche]

Benedetto XVI: La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. E possiamo sconfiggerlo

Sono proprio recenti studi della FAO ad affermare che la savana africana, da sola, basterebbe non solo a sconfiggere la fame, ma a far da granaio per tutto il mondo. Avevamo riportato un commento a riguardo da Svipop, L'Africa della fame potrebbe sfamare tutto il mondo
La savana è la parte verde del continente, a lato nell'immagine.

Palazzo della FAO, Roma, lunedì 16 novembre 2009

Signor Presidente,
Signore e Signori!

1. Ho accolto con grande piacere l'invito del Signor Jacques Diouf, Direttore Generale della FAO, a prendere la parola nella sessione di apertura di questo Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare. Lo saluto cordialmente e lo ringrazio per le sue cortesi parole di benvenuto. Saluto le alte Autorità presenti e tutti i partecipanti. Desidero rinnovare - in continuità con i miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II - la stima per l'azione della FAO, a cui la Chiesa Cattolica e la Santa Sede guardano con attenzione ed interesse per il quotidiano servizio di quanti vi lavorano. Grazie alla vostra generosa opera, sintetizzata nel motto Fiat Panis, lo sviluppo dell'agricoltura e la sicurezza alimentare rimangono fra gli obiettivi prioritari dell'azione politica internazionale. E sono certo che questo spirito orienterà le decisioni del presente Vertice, come pure quelle che saranno adottate nel comune intento di vincere quanto prima la lotta alla fame e alla malnutrizione nel mondo.

2. La Comunità internazionale sta affrontando in questi anni una grave crisi economico-finanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo. Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti. Infatti, sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro. Questi dati indicano l'assenza di una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico. Nell’Enciclica Caritas in veritate ho osservato che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all'acqua regolare e adeguato…, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari…”. Ed ho aggiunto: “Il problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo” (n. 27). In tale contesto, è necessario contrastare anche il ricorso a certe forme di sovvenzioni che perturbano gravemente il settore agricolo, la persistenza di modelli alimentari orientati al solo consumo e privi di una prospettiva di più ampio raggio e soprattutto l'egoismo, che consente alla speculazione di entrare persino nei mercati dei cereali, per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le altre merci.

3. La debolezza degli attuali meccanismi della sicurezza alimentare e la necessità di un loro ripensamento sono testimoniati, in un certo senso, dalla stessa convocazione di questo Vertice. Infatti, nonostante i Paesi più poveri siano integrati nell'economia mondiale più ampiamente che in passato, l'andamento dei mercati internazionali li rende maggiormente vulnerabili e li costringe a ricorrere all'aiuto delle Istituzioni intergovernative, che senza dubbio prestano un'opera preziosa e indispensabile. Il concetto, però, di cooperazione deve essere coerente con il principio di sussidiarietà: è necessario coinvolgere “le comunità locali nelle scelte e nelle decisioni relative all’uso della terra coltivabile” (ibid.), perché lo sviluppo umano integrale richiede scelte responsabili da parte di tutti e domanda un atteggiamento solidale che non consideri l'aiuto o l'emergenza come funzionali a chi mette a disposizione le risorse o a gruppi elitari presenti fra i beneficiari. Di fronte a Paesi che manifestano necessità di apporti esterni, la Comunità internazionale ha il dovere di partecipare con gli strumenti della cooperazione, sentendosi corresponsabile del loro sviluppo, “mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione e del rispetto” (ibid., 47). All’interno di questo contesto di responsabilità si colloca il diritto di ciascun Paese a definire il proprio modello economico, prevedendo i modi per garantire la propria libertà di scelta e di obiettivi. In una tale prospettiva, la cooperazione deve diventare strumento efficace, libero da vincoli e da interessi che possono assorbire una parte non trascurabile delle risorse destinate allo sviluppo. E’ inoltre importante sottolineare come la via solidaristica per lo sviluppo dei Paesi poveri possa diventare anche una via di soluzione della crisi globale in atto. Sostenendo, infatti, con piani di finanziamento ispirati a solidarietà tali Nazioni, affinché provvedano esse stesse a soddisfare le proprie domande di consumo e di sviluppo, non solo si favorisce la crescita economica al loro interno, ma si possono avere ripercussioni positive sullo sviluppo umano integrale in altri Paesi (cfr ibid., 27).

4. Nell’odierna situazione permane ancora un livello di sviluppo diseguale tra e nelle Nazioni, che determina, in molte aree del pianeta, condizioni di precarietà, accentuando la contrapposizione tra povertà e ricchezza. Tale confronto non riguarda più solo i modelli di sviluppo, ma anche e soprattutto la percezione stessa che sembra affermarsi circa un fenomeno come l'insicurezza alimentare. Vi è il rischio cioè che la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza. Non è così, e non deve essere così! Per combattere e vincere la fame è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all'interrogativo: cosa può orientare l'attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi? La risposta non va ricercata nel profilo operativo della cooperazione, ma nei principi che devono ispirarla: solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni Popolo e quindi ad ogni Paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull'amore.

5. Tuttavia, sebbene la solidarietà animata dall’amore ecceda la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro, essa non è mai senza la giustizia, che induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’ e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso, infatti, ‘donare’ all’altro del ‘mio’, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia (cfr ibid., 6). Se si mira all'eliminazione della fame, l'azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri - necessariamente etici e poi giuridici ed economici - in grado di ispirare l'attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo. Ciò, oltre a colmare il divario esistente, potrebbe favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della "legge naturale" chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale (cfr ibid., 59). San Paolo ha parole illuminanti in merito: "Non si tratta infatti – egli scrive - di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno" (2 Cor 8,13-15).

6. Signor Presidente, Signore e Signori, per combattere la fame promuovendo uno sviluppo umano integrale occorre anche capire le necessità del mondo rurale, come pure evitare che la tendenziale diminuzione dell'apporto dei donatori crei incertezze nel finanziamento delle attività di cooperazione: va scongiurato il rischio che il mondo rurale possa essere considerato, in maniera miope, come una realtà secondaria. Al tempo stesso, va favorito l'accesso al mercato internazionale dei prodotti provenienti dalle aree più povere, oggi spesso relegati a spazi limitati. Per conseguire tali obiettivi è necessario sottrarre le regole del commercio internazionale alla logica del profitto fine a se stesso, orientandole a favore dell'iniziativa economica dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo, che, disponendo di maggiori entrate, potranno procedere verso quell'autosufficienza, che è preludio alla sicurezza alimentare.

7. Non si devono poi dimenticare i diritti fondamentali della persona tra cui spicca il diritto ad un’alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all’acqua; essi rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare da quello, primario, alla vita. È necessario, pertanto maturare “una coscienza solidale, che consideri l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni” (Caritas in veritate, 27). Quanto pazientemente è stato realizzato in questi anni dalla FAO, se da un lato ha favorito l'allargamento degli obiettivi di questo diritto rispetto alla sola garanzia di soddisfare i bisogni primari, dall'altro ha evidenziato la necessità di una sua regolamentazione adeguata.

8. I metodi di produzione alimentare impongono altresì un’attenta analisi del rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado dell’ambiente. La tutela ambientale si pone quindi come una sfida attuale per garantire uno sviluppo armonico, rispettoso del disegno di Dio, il Creatore, e dunque in grado di salvaguardare il pianeta (cfr ibid., 48-51). Se l'umanità intera è chiamata ad essere cosciente dei propri obblighi verso le generazioni che verranno, è anche vero che sugli Stati e sulle Organizzazioni Internazionali ricade il dovere di tutelare l'ambiente come bene collettivo. In tale ottica, vanno approfondite le interazioni esistenti tra la sicurezza ambientale e il preoccupante fenomeno dei cambiamenti climatici, avendo come focus la centralità della persona umana ed in particolare delle popolazioni più vulnerabili a entrambi i fenomeni. Non bastano però normative, legislazioni, piani di sviluppo e investimenti, occorre un cambiamento negli stili di vita personali e comunitari, nei consumi e negli effettivi bisogni, ma soprattutto è necessario avere presente quel dovere morale di distinguere nelle azioni umane il bene dal male per riscoprire così i legami di comunione che uniscono la persona e il creato.

9. È importante ricordare – ho osservato sempre nell’Enciclica Caritas in veritate - che “il degrado della natura è… strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l'«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio”. È vero: “Il sistema ecologico si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia la sana convivenza in società sia il buon rapporto con la natura”. Ed “Il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società”. Pertanto, “i doveri che abbiamo verso l'ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l'ambiente e danneggia la società” (cfr ibid., 51).

10. La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori. Signor Presidente, Signore e Signori, da parte della Chiesa cattolica ci sarà sempre attenzione verso gli sforzi per sconfiggere la fame; ci sarà l'impegno a sostenere, con la parola e con le opere, l'azione solidale - programmata, responsabile e regolata - che tutte le componenti della Comunità internazionale saranno chiamate ad intraprendere. La Chiesa non pretende di interferire nelle scelte politiche; essa, rispettosa del sapere e dei risultati delle scienze, come pure delle scelte determinate dalla ragione quando sono responsabilmente illuminate da valori autenticamente umani, si unisce allo sforzo per eliminare la fame. È questo il segno più immediato e concreto della solidarietà animata dalla carità, segno che non lascia spazio a ritardi e compromessi. Tale solidarietà si affida alla tecnica, alle leggi ed alle istituzioni per venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e interi popoli, ma non deve escludere la dimensione religiosa, con la sua potente forza spirituale e di promozione della persona umana. Riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna resta il primo passo per favorire quella conversione del cuore che può sorreggere l’impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme.

Ringrazio per il cortese ascolto, mentre, in conclusione, rivolgo un saluto augurale, nelle lingue ufficiali della FAO, a tutti gli Stati membri dell'Organizzazione:
God bless your efforts to ensure that everyone is given their daily bread.
Que Dieu bénisse vos efforts pour assurer le pain quotidien à chaque personne.
Dios bendiga sus esfuerzos para garantizar el pan de cada día para cada persona.
بَارَكَ اللهُ جُهُودَكُم لِضَمان الخُبْز اليَومِيِّ لِكُلِّ إنسان.
为确保每一个人都能够得到他的日常食粮,愿天主降福你们的努力
Да благословит Господь ваши усилия, чтобы обеспечить каждого человека хлебом насущным.

Grazie.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

Tempi: i Cisalpini e il cittadino Cristo

Da Tempi, ineguagliabile, e grazie alla segnalazione de I Limoni, cui dobbiamo l'immagine del Crocifisso di Velazqzez.

"Narrasi a questo proposito un molto curioso aneddoto. Il consiglio legislativo della Cisalpina, di cui Parini era membro, teneva la sua adunanza nello stesso luogo dove siedeva l’antica Cameretta e dov’eravi un gran crocifisso, che un giorno alcuno di quegli esaltati repubblicani fece levar via. Giunto Parini e non vedendo più il crocifisso chiese fieramente ai colleghi: dov’è il cittadino Cristo? Al che eglino, ridendo e motteggiando, risposero averlo fatto riporre altrove perché non aveva più nulla a fare colla nuova repubblica. Ma l’austero poeta soggiunse: ebbene, quando non c’entra più il cittadino Cristo non c’entro più nemmen’io. E si dimise immediatamente dal suo ufficio."

Vincenzo Monti, In morte di Lorenzo Mascheroni, 1802

martedì 17 novembre 2009

Benedetto XVI: sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio e i modelli di vita dell'umanità

A lato, uno dei pannelli della mostra Sulla via di Damasco: Paolo disputa con gli ebrei e con i gentili. Smalto inglese del XII secolo, Lione, Muséé de la Civilisation Gallo-Romaine.

Messaggio del Santo Padre al Prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli in occasione dell'assemblea plenaria della Congregazione.

Al Venerato Fratello il Signor Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli

In occasione dell’Assemblea Plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, desidero rivolgere a Lei, Signor Cardinale, il mio cordiale saluto, che volentieri estendo ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi e a quanti vi prendono parte. Saluto, altresì, il Segretario, il Segretario Aggiunto, il Sottosegretario e tutti i collaboratori di codesto Dicastero. Unisco l’espressione dei miei sentimenti di apprezzamento e di gratitudine per il servizio che rendete alla Chiesa nell’ambito della missione ad gentes.

Il tema da voi affrontato in questo incontro, "San Paolo e i nuovi areopaghi", anche alla luce dell’Anno Paolino da poco concluso, aiuta a rivivere l’esperienza dell’Apostolo delle Genti quando ad Atene, dopo aver predicato in numerosi luoghi, si recò all’areopago e vi annunciò il Vangelo usando un linguaggio che oggi potremmo definire ‘inculturato’ (cfr At 17,22-31).

Quell’areopago, che allora rappresentava il centro della cultura del dotto popolo ateniese, oggi - come ebbe a dire il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II - "può essere assunto a simbolo dei nuovi ambienti in cui si deve proclamare il Vangelo" (Redemptoris missio, 37). In effetti, il riferimento a quell’evento costituisce un invito pressante a saper valorizzare gli "areopaghi" di oggi, dove si affrontano le grandi sfide dell’evangelizzazione. Voi intendete analizzare questo tema con realismo, tenendo conto dei molti cambiamenti sociali avvenuti. Un realismo sorretto dallo spirito di fede, che vede la storia alla luce del Vangelo, e con la certezza che aveva san Paolo della presenza di Cristo risorto. Risuonano confortanti anche per noi le parole che Gesù gli rivolse a Corinto: "Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male" (At 18,9-10). In maniera efficace, il Servo di Dio Paolo VI ebbe a dire che non si tratta soltanto di predicare il Vangelo, ma di "raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza" (Insegnamenti XIII, [1975], 1448).

Occorre guardare ai "nuovi areopaghi" con tale spirito; alcuni di essi, nell’attuale globalizzazione, sono diventati comuni, mentre altri restano specifici di alcuni Continenti, come si è visto anche nella recente Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. L’attività missionaria della Chiesa va pertanto orientata verso questi centri nevralgici della società del terzo millennio. Né va sottovalutato l’influsso di una diffusa cultura relativista, il più delle volte carente di valori, che entra nel santuario della famiglia, si infiltra nel campo dell’educazione e in altri ambiti della società e li contamina, manipolando le coscienze, specialmente quelle giovanili. Al tempo stesso, però, malgrado queste insidie, la Chiesa sa che è sempre in azione lo Spirito Santo. Si aprono, infatti, nuove porte al Vangelo e si va estendendo nel mondo l’anelito verso un autentico rinnovamento spirituale e apostolico. Come in altre epoche di cambiamento, la priorità pastorale è mostrare il volto vero di Cristo, Signore della storia e unico Redentore dell’uomo. Ciò esige che ogni comunità cristiana e la Chiesa nel suo insieme offrano una testimonianza di fedeltà a Cristo, costruendo pazientemente quell’unità da Lui voluta e invocata per tutti i suoi discepoli. L’unità dei cristiani renderà, infatti, più facile l’evangelizzazione e il confronto con le sfide culturali, sociali e religiose del nostro tempo.

In tale impresa missionaria possiamo guardare all’apostolo Paolo, imitarne lo "stile" di vita e il medesimo "spirito" apostolico incentrato totalmente in Cristo. Con tale completa adesione al Signore, i cristiani potranno più facilmente trasmettere alle generazioni future l’eredità della fede, capace di trasformare anche le difficoltà in possibilità di evangelizzazione. Nella recente Enciclica Caritas in veritate ho voluto sottolineare che lo sviluppo economico e sociale della società contemporanea ha bisogno di recuperare l’attenzione alla vita spirituale e una "seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace… L'anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come «Padre nostro!»" (n. 79).

Signor Cardinale, mentre ringrazio per il servizio che codesto Dicastero rende alla causa del Vangelo, invoco su di Lei e su quanti prendono parte alla presente Assemblea Plenaria l’aiuto di Dio e la protezione della Vergine Maria, Stella dell’Evangelizzazione, mentre di cuore invio a tutti la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 13 novembre 2009.

BENEDICTUS XVI P

lunedì 16 novembre 2009

Mosul: a Mons. Paul Faraj Rahho, succede Emil Shimoun Nona

L'attuale vescovo di Alqosh, Mar Michael Maqdassi, è colui al quale abbiamo sentito borbottare, nell'indimenticabile viaggio in Libano: «Preferisco morire da martire in patria che vivere da schiavo ovunque altrove».

Dal Giornale del Popolo di sabato 14 novembre:


La diocesi di Mosul, nel nord dell’Iraq, festeggia la nomina a nuovo arcivescovo del reverendo Emil Shimoun Nona. Papa Benedetto XVI ha dato ieri il suo assenso all’elezione canonicamente fatta dal Sinodo dei vescovi della Chiesa Caldea. Il sacerdote appartiene al clero eparchiale di Alqosh ed è chiamato a guidare la diocesi, rimasta senza pastore nel marzo 2008 in seguito al sequestro e all’uccisione di mons. Paul Faraj Rahho (nella foto). I cattolici di Mosul accolgono la nomina con «gioia e rinnovata speranza».

Il reverendo Emil Shimoun Nona è nato ad Alqosh il 1° novembre 1967. Nel 1985 è entrato nel Seminario Patriarcale Caldeo ed è stato ordinato sacerdote l’11 gennaio 1991 a Baghdad.
Dal 1993 al 1997 è stato vicario parrocchiale ad Alqosh, quindi parroco fino al 2000, quando si è iscritto alla Pontificia Università Lateranense.
Nel 2005 ha conseguito la Laurea in Teologia ed è rientrato in patria svolgendo il ministero pastorale come parroco ad Alqosh.

Ad oggi ricopre la carico di Proto-Sincello dell’Arcieparchia di Alqosh ed è professore di Antropologia al Babel College. Egli parla l’arabo, l’italiano, il caldeo e conosce l’inglese.
Fonti cattoliche di AsiaNews a Mosul confermano la «felicità dei fedeli» per il nuovo arcivescovo,
fonte di «rinnovata speranza per la diocesi locale». «Aspettavamo con ansia – commenta – la nomina. Ci auguriamo che prenda il ruolo al più presto possibile, riesca a mettere ordine nella diocesi e sia una voce autorevole per far rispettare i diritti dei cristiani ».
Dal 13 marzo 2008 l’arcidiocesi di Mosul è senza pastore, in seguito alla morte di mons. Rahho mentre si trovava nelle mani dei sequestratori.

«In questi mesi – aggiunge la fonte di AsiaNews – sono cambiate molte cose. Il numero dei fedeli è calato, perché moltissimi sono fuggiti. Ai tempi di Saddam, la parrocchia più grande della diocesi aveva un numero di cattolici maggiore di quanti ve ne siano oggi nell’intera diocesi».
La fonte denuncia il clima di «paura e insicurezza » che ancora oggi si respira a Mosul e la campagna di persecuzione contro le minoranze locali, confermata da un recente rapporto di Human Rights Watch. «I cristiani – conclude – sono coinvolti in una contesa politica che sfocia in continui casi di violenze. A quanti sono rimasti e al nuovo pastore, il compito di lavorare per la ricostruzione della Chiesa e della vita dei fedeli».

Non importa. Quando lo stato si mette a educare, ecco cosa ne esce.

Riprendiamo questo video, ringraziando della segnalazione Alessandro Giorgiutti e Il Colvile. È sempre utile conoscere il proprio habitat, e necessario quando diventa pericloso.

domenica 15 novembre 2009

Diego Fasolis a cui, grazie a Dio, manca l'essenziale

A lato, Dürer, la disputa coi dottori nel tempio

Ieri sera il concerto di Diego Fasolis alla Madonna degli Angioli veramente è stato come una gemma incastonata nella mostra dedicata a Paolo di Tarso. Ringraziando Lili per la segnalazione, rimandiamo all'intervista che il Maestro ha concesso alla Radio qualche giorno fa e che qui si può ascoltare:

martedì, 10. novembre 2009 12:45, L'Ora del Tè - RSI Radio svizzera - Rete Uno

Si tratta del Flauto Magico messo in scena da Fasolis l'anno scorso, ma sopratutto della sua inspiegabile insoddisfazione nonostante i successi di pubblico e personali, sociali e famigliari. Cosa manca?

Grandissimo Fasolis, che ci ricorda come l'essenziale, semplicemente, manchi.

Noi abbiamo la certezza di aver incontrato un amico, confermando la venerazione che ci aveva suscitato la sua registrazione dei Mottetti di Bach.


venerdì 13 novembre 2009

Bruno Ognibeni e La Via di Damasco in TV sabato 14 novembre

Riceviamo e con grande gratitudine pubblichiamo, informando i nostri gentili lettori che CaritasInsieme è riuscita ad incontrare il Prof. Bruno Ognibeni a Roma, di modo che questa trasmissione consisterà in buona parte nell'intervista.

Siamo felici di potere, grazie all'iniziativa di Roby Noris e Dante Balbo, in questo modo adeguatamente preparare la serata durante la quale il prof. Ognibeni ci parlerà della nuova creatura secondo Paolo di Tarso, il prossimo 20 novembre alle 20:30, sempre alla Madonna degli Angioli.


A lato, la porta di Damasco, a Gerusalemme, dalla quale Paolo uscì " fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore" per essere folgorato dall'incontro con Gesù risorto. By courtesy of Wikipedia.

Gentile Signora e Egregi Signori,

Vi segnaliamo che TeleTicino trasmetterà sabato 14 novembre 2009 alle 17.50 con diverse repliche anche domenica il servizio :

Sulla via di Damasco

L’apostolo Paolo in parole e immagini

La trasmissione di Caritas Insieme sarà anche online sul sito di Caritas Ticino.
Sommario della trasmissione:
http://www.caritas-ticino.ch/Emissioni%20TV/700/778.htm

Per vedere i servizi sul computer:

x PC (disponibile da sabato) http://cativideo.dyndns.org/cati/emissioni/2009/studio/cains778.wmv

x MAC (disponibile da sabato) http://cativideo.dyndns.org/cati/emissioni/2009/studio/cains778.mov

I video rimangono definitivamente sul nostro server e saranno raggiungibili anche in futuro con i link sopraccitati, se lo desiderate potete quindi segnalare questi link sul vostro sito o su siti con cui siete in contatto che trattano l'argomento affrontato in questa puntata di Caritas Insieme TV. In questo caso vi saremmo grati di segnalarci la pagina web dove i nostri link sono riportati

Con i migliori saluti

CARITAS TICINO

www.caritas-ticino.ch
CP 9, 6963 Pregassona-Lugano
Sede centrale: via Merlecco 8
CH -6963 Pregassona
E-mail: cati@caritas-ticino.ch
Tel. + 41 (0)91 936 30 20
Fax + 41 (0)91 936 30 21
c.c.p. 69-3300-5

giovedì 12 novembre 2009

Massimo Camisasca, Elio Ciol e il mistero del tempo

Grazie alla FSCB, che ci ha allertato, vi riproponiamo questo lancio. A lato la copertina del libro di Ciol e Camisasca.

Massimo Camisasca
Armonia delle stagioni.
I tempi dell’uomo, della natura, della liturgia

Con fotografie di Elio Ciol
Marietti 1820, 2009

E’ in libreria la proposta natalizia della casa editrice Marietti 1820. Il libro si intitola “Armonia delle stagioni” (pp. 169, 25 euro) e fa parte della prestigiosa collana “Biblioteca dell’Alleanza” a cui già hanno contribuito, fra altri, Joseph Ratzinger e Luigi Giussani. Il volume si compone di immagini in bianco e nero che commentano delle brevi riflessioni di Massimo Camisasca, superiore della Fraternità San Carlo. L’autore delle fotografie è Elio Ciol, pluripremiato fotografo friulano le cui opere sono arrivate fino al Metropolitan museum di New York.

I due autori si sono stimati a distanza per anni; ora per la prima volta collaborano a un’opera a metà fra un libro d’arte e un saggio sul tempo e sulla teologia. «Ciò che finisce è troppo breve – scrive Camisasca rivelando le sue approfondite letture di Sant’Agostino – se ciò che comincia e ci appassiona, rendendo affascinante il vivere, dovesse finire, la vita non sarebbe allora un’insopportabile ingiustizia?». Ciol dice altrettanto con le sue immagini commoventi, informati dalla sua profonda umiltà e dalle sue radici rurali, che comunicano l’amore che l’artista ha per la sua terra.

Forse fa scalpore che un prete cattolico intitoli un capitolo “La più bella esperienza, innamorarsi”. Ma è proprio così, e l’autore si spiega scrivendo che l’innamoramento è una profezia del compimento di tutto il reale. E ancora, l’ambiente in cui viviamo non è appena un museo. È qualcosa di vivo, anzi è un simbolo che conduce oltre ciò appare. Il valore di un particolare si rivela sempre nel suo nesso con il tutto, e proprio ciò è l’esperienza che sorge spontanea in chi guarda le fotografie di Ciol. «L’intento di questo libro è accompagnare il lettore dentro ad una grande verità – afferma Camisasca – lo sguardo autenticamente umano è quello che sa abbracciare tutto l’universo, senza censurare nulla».

Molti altri titoli dei capitoli sono fortemente suggestivi: “Vivere è condividere la vita”, “Il lavoro, strada per imparare ad amare”, “La povertà nella luce della felicità” sono tutti modi originali per guardare tematiche da secoli al cuore della riflessione cristiana.
Camisasca ci accompagna stagione dopo stagione, mese dopo mese, ad entrare nella sinfonia dei tempi della Chiesa. Scopriamo così che la liturgia non è un rito per persone pie, ma è la rivelazione del senso nascosto delle cose. È un libro intriso di una forte spiritualità, che mette in evidenza l’eco profonda fra la realtà creata, la natura e l’uomo, e la vita della Chiesa nei suoi tempi forti: Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua. Siamo di fronte quindi ad un libro breve nelle pagine, ma che ci accompagnerà per un anno intero.

I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, ma allora è più vivo di prima!

Icona di Cristo Pantocrator, conservata al Monastero di Santa Caterina del Sinai. By courtesy of Reginamundi.

Riceviamo e vlentieri pubblichiamo questo

Comunicato stampa di Comunione e Liberazione

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Novembre 2009
Comunione e Liberazione

Sorella Morte. Lo si è potuto dire solo dopo undici secoli di cristianesimo

A lato, Luca Signorelli Resurrezione della carne, particolare dei corpi che escono dalla terra, 1499-1502, Orvieto, Duomo, dal ciclo apocalittico (Giudizio Universale) della cappella di San Brizio.
By courtesy of Facoltà di Scienze politiche, Catania
Da Tempi

Commemorare i santi e i defunti
è una prova di ragione
Solo l’ubriaco dimentica che
«verrà la morte e avrà i tuoi occhi»

di Aldo Trento


Mentre i disorientati giocavano a fare Halloween, noi che ancora amiamo e usiamo la ragione ci apprestavamo a vivere il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. Due date differenti: 1 e 2 novembre. Due giorni dedicati agli estinti, ma ontologicamente una cosa sola. Perché? Chi sono i santi? Sono tutti quei defunti che hanno vissuto la loro vita con la coscienza più o meno chiara della loro relazione con il Mistero. Quei defunti che hanno preso sul serio la loro umanità, il loro cuore, inteso non come metro di misura del mondo, ma come finestra aperta sulla realtà. I santi sono coloro che hanno raggiunto, superando la barriera della morte, la visione piena di Dio, che nel vecchio catechismo si chiamava paradiso. La Chiesa attraverso questa doppia festività vuole ricordarci, e risvegliare in ciascuno di noi, il destino. La Chiesa, nella sua vocazione divina, è chiamata a dirci che la morte restituisce all’essere umano la verità della vita, il destino ultimo per cui siamo stati creati.

Il 2 novembre, giorno dei morti, a meno di non aver anestetizzato il raziocinio, non possiamo non porci tutti davanti alla realtà della morte, guardandola dritta in faccia. Solo lo sciocco può eliminarla, solo “l’ubriaco” può scordare quanto scritto nella bella poesia di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi».
I tuoi occhi, non quelli della fidanzata o del fidanzato, dello sposo o della sposa, degli amici, dei tuoi parenti, degli altri. No, no, no. Avrà i tuoi occhi, avrà il tuo nome, il tuo cognome, e si porterà via tutto ciò che hai, quello che hai idolatrato, ciò in cui hai riposto la tua fiducia, la tua ragione di vita. Ti strapperà via dalla tua casa, portandoti dove il tuo corpo ritornerà ad essere terra. Nella confusione che molte volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto. Non si tratta di un’affermazione bensì di un fatto, senza “se” e senza “ma”: perché ci mette davanti all’eterno e ci pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire, che non possiamo evitare, se non venendo meno alla natura del nostro cuore: cosa supera la barriera della morte? Risposta: solo ciò che è vero.

Per questo la morte porta in sé un giudizio su ciò che realmente vale e su ciò che è inutile, e questo è l’ultimo gesto di amicizia che una persona che se ne va ci offre. È come se dicesse a tutti: «Attenzione, tutto ciò che non supera questa barriera non vale, non serve». Pertanto la morte è l’invito più potente che il Mistero può porgerci per vivere di fronte all’eterno. Possiamo scegliere di guardare alla morte come a una disgrazia, invece è la porta che ci apre definitivamente all’incontro con l’Amato, con l’oggetto unico al quale aspira e anela il nostro cuore.
Quando una persona amata se ne va, è come se ci dicesse: «Guarda che l’unica cosa che serve per vivere e per morire è Cristo. È l’unica opzione risolutiva, l’unica capace di accompagnarci nella vita e di accompagnarci alla morte. Tutto quello che non contiene questa finalità non ci fa vivere, e nemmeno serve per morire».


Cosa ho io più delle bestie?
Osservando ogni giorno, nella clinica Divina Providencia “San Riccardo Pampuri”, morire di Aids o di tumore davanti ai miei occhi spesso ragazzi giovanissimi, mi viene sempre in mente la frase di san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita».


Che bomba, che provocazione nella vita di un uomo che sia impegnato seriamente con la sua vita, queste parole più dense del piombo e più vere dell’aria che respiriamo! Quando ero piccolo, i miei genitori e i miei professori erano soliti ripetermi come un ritornello: «Ricorda che un giorno morirai. Come e quando non ti è dato saperlo. Però sai che la morte è certa e che la vita è breve. Hai soltanto un’anima, e se la perdi che ne sarà di te?». Queste parole mi spaventavano, però col tempo mentre crescevo in consapevolezza ho capito la profondità del loro contenuto, il che mi ha permesso di prendere sul serio la vita, di cercare ciò che vale la pena, ciò che è eterno e non si corrompe, e a domandarmi: cosa può colmare davvero il mio cuore? A cosa serve all’uomo conquistare il mondo, se perde se stesso?


Non possiamo dimenticare che la stessa filosofia nacque come umano tentativo di risolvere il problema della morte. E non esiste tra gli uomini esperienza religiosa che non abbia portato in seno questa idea, e quella conseguente di premio o castigo in ciò che ci aspetta dopo la morte. Censurarlo è negare l’uomo, è eliminare la sua razionalità che si esprime con queste domande chiare e precise: qual è il senso ultimo della vita? Perché esiste il dolore? Cosa c’è dopo la morte? Solo gli idioti censurano questa verità primigenia, che nasce con la ragione non appena un bambino comincia a rendersi conto della realtà. Tragicamente, oggi si cerca di eliminare il fatto che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi». La medicina totalmente ideologizzata, il culto del corpo, i funerali come manifestazioni sociali dove tra ciarle e bevute si finge di condividere il dolore altrui, sono tutte prove evidenti del caos in cui è caduta la società, il caos della ragione.


Come un ladro nella notte
Finché non arriva la morte cerchiamo disperatamente di ridurla a spettacolo, a commedia. Sarebbe sufficiente entrare in uno di questi “postriboli” che sono le veglie funebri per renderci conto che questa è la realtà: tutto è organizzato per non pensare, per non farsi provocare dalla verità che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi».
Il poeta inglese Thomas Stearns Eliot qualche decina di anni fa affermava che la Chiesa è odiata perché ricorda al mondo la verità della morte, la verità del destino ultimo dell’uomo. E Gesù lo ripete molte volte nel Vangelo quando avverte: «Vigilate, perché non sapete il giorno né l’ora», o ancora: «Quel giorno (quello della morte) verrà come un ladro». O nella parabola del ricco proprietario terriero che avendo raccolto il quadruplo dell’anno precedente abbatte i granai che già possiede per costruirne uno più grande, e godendo per tanta ricchezza comincia a dirsi: «Anima mia, hai molti beni conservati per molti anni, riposati, mangia, bevi, rifocillati». Però nella notte una voce gli dice: «Sciocco, questa notte verranno a chiederti la tua anima. E tutto quello che hai messo da parte, di chi sarà?».


L’ansia di fuggire
Mentre Halloween è l’anestesia della ragione, che si annulla in pazzia, la festa di Ognissanti e la commemorazione dei defunti rappresentano l’evidenza della ragione nel suo massimo splendore. È inutile il tuo tentativo di fuggire la morte rifugiandoti nell’orgia del potere, del sesso, dell’avarizia, perché tutto passa, e «verrà la morte e avrà i tuoi occhi»: i miei, i tuoi, quelli di Lugo (presidente del Paraguay, ndr), dei suoi ministri, dei suoi parlamentari, dei ricchi, dei poveri. Il problema è: come fare a prepararsi alla morte, e affrontare il giudizio di Dio? Signori ministri della Corte, voi che in modo arrogante maneggiate il futile potere che avete, tenete a mente che la morte è a lato delle vostre scrivanie e che presto vi porterà con sé? E che ne sarà di quelli che molte volte, spinti dalla superficialità e dall’ansia di potere e di denaro, hanno perso la dignità chiamando giustizia ciò che semplicemente e razionalmente era ingiustizia? Si ricordano del giudizio di Dio, che userà con loro lo stesso metro di misura che oggi adoperano? Ma non ci sarà più nessuno che potrà aiutarli e men che meno difenderli, perché il giudizio di Dio è inappellabile. Ciascuno raccoglie ciò che semina.
In questo mondo la giustizia divina si chiama misericordia, dopo la morte si chiama semplicemente giustizia. Vale a dire che ognuno ha quel che si merita. E vale ancora l’antico detto: «Memorare novissima et in aeternum non pecabis» (ricorda le verità ultime della vita – morte, giudizio, inferno, paradiso – e non peccherai mai). Nei miei quasi quarant’anni di sacerdozio non ho visto nessuno, neanche tra gli orgogliosi atei (si definiscono così mentre hanno la pancia piena e tutto funziona molto bene a livello materiale, però poi…), che accostandosi alla morte non abbia tremato davanti a ciò che essa è e significa.

padretrento@rieder.net.py

martedì 10 novembre 2009

Giornale del Popolo del 5 novembre 2009

La mostra su san Paolo alla TV svizzera, un minuto di pura bellezza

Per vedere la bella copertina in chiusura del Quotidiano della RTSI, andare al minuto 27.03 della puntata di oggi, 10 novembre 2009, che è rinvenibile qui.

Diego Fasolis all'organo suonerà per san Paolo il 14 novembre

Ringaziamo il Maestro Giulio Mercati che ha reso possibile questo evento, in collaborazione con la Parrocchia della Madonna degli Angioli.

domenica 8 novembre 2009

Attila e i suoi barbari più civili dei burocrati di Bruxelles

Grazie alla segnalazione del nostro amico Politicus, riproponiamo da Il Tempo questo spaccato di grande civiltà italica:

Intervista a Lucio Dalla
(nella foto a lato, by courtesy of RadioItalia)

Che gliene pare della sentenza di Strasburgo?
«È una grande stronzata».
Non è l'unico a usare questi termini. Anche Bossi, per dire.
«Hanno voluto colpire un simbolo che va oltre il significato puramente religioso. È una colonna portante del nostro immaginario collettivo. Lo dimostra la storia di Attila».
Attila.
«Gli unni erano popolazioni nomadi, non avevano chiese. Le poche volte che scendevano da cavallo lo facevano per pregare. Piantavano a terra la spada e si inginocchiavano. Quell'arma aveva la forma e la forza della croce. Quando se la vide davanti, rinunciò a saccheggiare Roma».
Si fermò sulla riva del Po.
«Era dalle parti di Mantova. Non se la sentì di guadare il fiume. A fronteggiarlo, si trovò quel benedetto pazzo di Leone X che brandiva il crocifisso, alla testa di centomila cavalieri. Si parlò di miracolo. Come sia, il ferocissimo invasore ordinò il dietrofront alle sue truppe. Era consapevole di non poter affrontare quella sfida».
Altri invece ci provano, a suon di codicilli.
«Ma che ci guadagnano a togliere le croci dalle scuole? Vorrebbero, in nome del garantismo, appenderci anche i simboli buddisti e la mezzaluna? Spieghino che quelle sono fedi rispettabilissime e lascino Cristo dov'è. Sa cosa diceva Nietzsche?»
Cosa?
«"Non so quale Dio, ma c'è in ogni uomo". Ed era un filosofo che aveva trascorso la vita a negare l'esistenza di un Padreterno».
Lei pubblica oggi un nuovo cd, "Angoli nel cielo", all'altezza dei suoi capolavori. Vi si avverte molto la presenza del trascendente. In una canzone chiede: "vorrei sapere chi è che muove il mondo e dov'è".
«In quel verso mi metto nei panni di chi Dio non l'ha ancora trovato. Il mio lo sento. Non necessariamente andando a Messa: lì a volte mi annoio. Dio mi parla quando mi affaccio nella mia terrazza per ore. Lo sento nei fischi del treno, nel vento che muove gli alberi della collina, nella neve che viene giù. Io sono un cristiano non radicale, ma assolutamente creativo. La Sua presenza mi arriva reale, non mistica. Si manifesta scopertamente nella mia anima. Altrimenti sarei come uno di quei dolcissimi cani che teniamo in casa».
Negli ultimi tempi ha collaborato con Alda Merini.
«Che era una creatura concretamente vicina al cielo, così estrema da farne parte anche quando era ancora viva. Sapeva decodificare i Vangeli, che a troppi appaiono complicati, e che lei illuminava nella grandezza e nella semplicità del messaggio. Ad Assisi mettemmo in scena insieme uno spettacolo su Francesco. Alda l'aveva scritto, io musicato, Marco Alemanno lo leggeva. Quando mi voltavo vedevo Giotto, Cimabue, la Croce. E mi sentivo sopraffatto da tanta meraviglia. Il 27 novembre, con lo stesso cast, saremo alla Basilica dei Cappuccini di Milano. La Merini, senza retorica, sarà con noi. In qualche forma».
In cosa confidare?
«Nella gente, che non dà più deleghe in bianco ai politici. In questa società in costante mutazione i presunti leader saranno i primi a venire spazzati via dagli scossoni di una sottocultura che non conosce più etica. Gli scandali si susseguono a ritmo quotidiano: senza valori sociali forti, la nostra sarà una navigazione nella burrasca. Se poi ci tolgono anche i simboli più inattaccabili, rischieremo il naufragio».

mercoledì 4 novembre 2009

Bevenuto Raffaele, a camminare nel mondo scoprendo che la meta stessa ti cammina al fianco.

A lato: così compaiono le torri di Chartres a chi viene da Parigi per i campi. Anche Péguy quando ci andò pellegrino fece esperienza del fatto che la meta gli camminava al fianco.

Da La Cittadella di Gianluca Zappa, che ringraziamo:

Questi ultimi giorni sono stati piuttosto movimentati. Con un mese d’anticipo sulla tabella di marcia, è venuto alla luce, venerdì 30 ottobre, il mio quarto figlio, Raffaele Maria. Peso, due chili e 700. Lunghezza: 45 cm. E’ stata una lotta contro la gestosi, la stessa che 15 anni fa portò direttamente in Paradiso la mia primogenita, Francesca.

E così Raffaele è ora lì, nella sua culletta. Un feto diventato bambino con un mese d’anticipo. I medici si sono rallegrati, non c’è stato nemmeno bisogno di metterlo nell’incubatrice.

Dio ci ha benedetto, per l’ennesima volta. E sì che ce n’era di che preoccuparsi. Proprio la notte precedente al parto, due stanze più avanti di quella di mia moglie, un bimbo è morto durante il travaglio del parto. Il giorno dopo, mentre attendevamo la chiamata dalla sala operatoria, sentivamo ancora risuonare i singhiozzi della madre.

Quando sei in queste situazioni, tocchi con mano la labilità dell’esistenza, la delicatezza di un congegno che, nonostante tutta la nostra cura e il nostro progresso tecnico-scientifico, ancora è legato all’imprevisto, ancora è come sospeso ad un filo. La vita è un dono, Raffaele è un dono, niente meno di questo. Un meraviglioso pacco regalo che Qualcuno ha voluto recapitarci.

Mio figlio è nato nello stesso giorno in cui su tutti i giornali era riportata una strana ed inquietante notizia: un gruppo di ricercatori statunitensi hanno annunciato che dalle cellule staminali saranno ottenuti spermatozoi ed ovociti. In pratica ci stiamo avvicinando a creare la vita umana senza nemmeno più essere legati all’incontro tra un uomo e una donna. Padri e madri andranno presto in soffitta. Una vecchia profezia di Aldous Huxley che si avvera. Ovviamente i nati in laboratorio saranno disponibili per rispondere alle esigenze dell’umanità: madri sterili o single che “pretendono un figlio”; coppie omosessuali che “pretendono” un figlio; centri specializzati che “pretendono” pezzi di ricambio umani; grandi industrie che “pretendono” mano d’opera...

Raffaele viene al mondo in una famiglia cristiana. Povera gente, che però lo accoglie come un dono. E che proverà a fargli sentire il calore dell’amore, quell’ “è bene per noi che tu ci sia” che è all’origine di un carattere forte, sereno, coraggioso. E dentro una famiglia che gli testimonierà e gli trasmetterà alcune certezze: nessuno è nel mondo a caso, nessuno è solo su questa terra. Si viene al mondo con dei doni da mettere a frutto, da spendere; si viene al mondo con un grande compito: l’edificazione del Regno di Dio. Si viene al mondo per raggiungere una meta che è oltre questo mondo. Si cammina nel mondo scoprendo che la meta stessa ti cammina al fianco.

La vita è una battaglia esaltante e piena di speranza, perché la vittoria è certa.

E’ quello che milioni di cristiani, nel corso della storia, hanno insegnato ai loro figli e che anche noi insegneremo a lui, perché viva con responsabilità la sua vita, perché combatta la sua battaglia, perché abbia la gioia nel cuore, anche nella fatica e nei dolori.

Benvenuto, Raffaele! Sia bella e felice la tua avventura!

Gianluca Zappa

lunedì 2 novembre 2009

Polonia 1981: Dovevamo assolutamente farcela altrimenti non avremmo avuto lo stato di guerra, ma la guerra

A lato, la copertina di Time del dicembre 1981. By courtesy of Hit Parade Italia

Da Tempi, la seconda parte dell'intervista a Jaruzelski. La prima parte l'avevamo ripresa qui: Jaruzelskij. La coscienza degli uomini è il motore che fa la storia

Generale Jaruzelski, quando lei introdusse lo stato di guerra, in Polonia la situazione sociale era drammatica: nei negozi non c’era niente, gli scioperi si moltiplicavano in modo incontrollato. Ci descrive dal suo punto di vista il clima di quei giorni?


Per me quel periodo, il periodo di Solidarnosc, che va dal 1980 al dicembre 1981, è stato un periodo di grandi speranze e di grandi minacce. Quando Solidarnosc è nata io ero ministro della Difesa e fui un deciso sostenitore della legalizzazione del sindacato. Certo, allora non potevo neanche immaginare una piena democrazia, ma pensavo che avremmo potuto dar vita a un fronte comune per fronteggiare la crisi economica in cui si trovava la Polonia. Purtroppo, però, con il passare dei mesi queste mie speranze andarono diminuendo. Io fui nominato primo ministro nel febbraio 1981 e allora potei rendermi conto che soprattutto in campo economico la situazione era realmente drammatica, e le iniziative di Solidarnosc, non dico volutamente, ma di fatto stavano portando al disastro: negozi vuoti, uno stato d’animo della società sempre più esacerbato. C’erano le tessere per i beni di prima necessità, le code per comprare qualsiasi cosa erano interminabili, dovevamo sospendere a tratti l’erogazione dell’elettricità, la benzina era razionata. Le tensioni crescevano sempre di più, e le settimane, i giorni, le ore che hanno preceduto l’introduzione dello stato di guerra per me sono state un unico interminabile incubo. Rimanevo in ufficio giorno e notte, sulla mia scrivania ogni giorno arrivavano pile di telex: «Pretendiamo», «Protestiamo», «Vogliamo». Ma da un otre vuoto non si può attingere niente. Sentivo soprattutto la mia totale impotenza. Fino all’ultimo ho desiderato poter evitare quella decisione, ma alle 14 del 12 dicembre mi decisi. Presi la decisione più difficile della mia vita, sentendone tutto l’enorme peso, sapendo bene che avrei dovuto sopportare quel peso fino alla fine dei miei giorni. E così è.

Si assume tutta la responsabilità di quella decisione?
Io sono soprattutto un soldato. Nel discorso alla nazione dell’11 dicembre 1990, al momento di lasciare la carica di presidente della Repubblica, dissi: «In quanto soldato so che il capo, ogni capo, risponde per tutti e per tutto. Se in qualcuno sono ancora vivi rabbia e odio, li indirizzino soprattutto contro di me». Le ritengo parole ancora valide, e da anni ne sopporto le conseguenze. Di molte cose mi vergogno, e la consapevolezza di aver provocato del dolore, forse inutile, rimane la mia spina nel fianco.

Fu una decisione inevitabile?
Sono inevitabili solo i terremoti, gli uragani, i tifoni. Però bisogna tener conto della situazione storica concreta in cui ci si trova. La situazione del 1981 era arrivata al limite, sia per la responsabilità di alcune ali estremiste del sindacato, sia per l’ottusità di parte degli uomini al potere, sia per la situazione internazionale. Alcuni esponenti di Solidarnosc, fra cui Bogdan Borusewicz, attuale presidente del parlamento, hanno dichiarato che il sindacato era caduto in una sorta di furia distruttiva, aveva perso il contatto con la realtà. Dall’altro lato c’era l’atteggiamento conservatore e ottuso di alcuni di noi. Si può dire che gli “opposti estremismi” hanno contribuito a quella decisione.

Perché l’Incontro dei tre che iniziò il 4 novembre 1981 fra lei, il primate Glemp e Walesa? Perché l’accordo non fu possibile?
Si poteva arrivare a un accordo? Sì. Soprattutto grazie all’enorme mediazione della Chiesa. Mi sento di dire che in questo caso Solidarnosc fece un affronto alla Chiesa, che nella persona del primate – e so anche del Papa – sosteneva decisamente la possibilità di accordo che si delineò all’Incontro dei tre. Perché non ci siamo arrivati? Non idealizzo l’atteggiamento delle autorità al potere: fra i membri di Solidarnosc c’erano dei piromani e fra i membri del governo c’erano dei trogloditi. Purtroppo i piromani, forse non rendendosi conto che avrebbero potuto provocare un incendio, fecero pressioni enormi su Walesa, e portarono al fallimento di ogni possibilità di accordo. Anzi annunciarono per il 17 dicembre un’ondata di scioperi che avrebbe portato per le strade milioni di polacchi.

E fuori dalla Polonia chi aveva interesse a portare al limite la situazione?
Il 21 novembre avevo ricevuto un messaggio di Breznev che conteneva un’aperta minaccia nei nostri confronti. Parlava di un «un tentativo di scardinare il socialismo» che rendeva necessaria «una guerra aperta contro i nemici di classe». I sovietici mi facevano forti pressioni. Pressioni enormi di natura economica: Mosca ci aveva ufficialmente informato che dal gennaio 1982 avrebbe drasticamente ridotto le forniture di petrolio e gas, cosa che voleva dire la catastrofe. E poi pressioni politiche e militari: vedevo bene i preparativi militari ai nostri confini. Sono un militare e so bene di cosa parlo. Però, l’intervento degli eserciti del Patto di Varsavia non sarebbe stato un’iniziativa autonoma: se in Polonia ci fossero state pace sociale e trattative serene, l’intervento non sarebbe stato possibile. Ma avevamo portato la situazione a un punto in cui inevitabilmente si sarebbe arrivati all’intervento. Il timore maggiore era che l’equilibrio delle forze fosse messo in discussione. L’unico momento nel Dopoguerra in cui siamo stati vicini alla terza guerra mondiale è stata la crisi di Cuba: la comparsa di missili sovietici sull’isola fu un evidente ribaltamento degli equilibri. Analogamente, quello che stava accadendo in Polonia nel 1981 avrebbe portato all’intervento sovietico, proprio perché avrebbe indebolito l’equilibrio mondiale. Anche per i sovietici, infatti, questo era uno scenario tragico, ma inevitabile per la logica che sosteneva quella divisione del mondo. Purtroppo oggi molti vogliono dimenticare questo.

Lei aveva avuto garanzie da Mosca?
Le truppe del Patto erano pronte, equipaggiate anche con armi antisommossa e aspettavano al confine fin dagli ultimi mesi del 1980. C’era chi premeva per l’intervento. Cercammo di convincerli che ce la potevamo fare da soli. Alla presenza dei generali provai a chiamare Breznev. Mi passarono il generale Suslov. Gli chiesi: «Se introduciamo lo stato di guerra, tutta la faccenda rimarrà una cosa interna polacca?». Mi rispose: «Sì». «E se la questione si complica?». Ricordo che cominciò a ripetere: «Noi non lasceremo sola la Polonia in difficoltà», e poi aggiunse: «Avete sempre detto che ce l’avreste fatta da soli». Dovevamo assolutamente farcela da soli altrimenti non avremmo avuto lo stato di guerra, ma la guerra.

Qualcuno dentro Solidarnosc ha volutamente fatto fallire l’accordo? O nessuno poteva più controllare la situazione?
La situazione era assolutamente fuori controllo. Lo stesso Walesa nel novembre 1981 disse: «Io blocco uno sciopero e subito dopo dieci gruppi di capetti vanno in giro per il paese e ne fanno scoppiare altrettanti». Non riuscivamo a controllarla noi del potere, non riusciva a farlo la dirigenza del sindacato e non ci riusciva più nemmeno la Chiesa, e questa è forse la cosa più importante. Poteva succedere di tutto.

Come ha giudicato allora e come giudica oggi l’operato della Chiesa?
L’ho sempre detto e lo dirò sempre: non avremmo avuto la Tavola rotonda senza la mediazione della Chiesa e la determinazione degli uomini di Solidarnosc, con a capo Walesa. Per questo li ammiro in modo particolare. Sono stati capaci di elevarsi al di sopra delle proprie ferite, tutti loro erano stati internati, messi in carcere, perseguitati.

Nel 1990, nel corso della cerimonia di investitura a presidente di Walesa, lei si fece da parte e lui ricevette le insegne dal presidente in esilio a Londra. Fu un gesto con un alto valore simbolico. Come ci si arrivò?
Io non volevo essere eletto presidente, sapevo bene che peso sarebbe stato per me. Anche la mia famiglia insisteva perché mi ritirassi. Avevo dichiarato pubblicamente che non mi sarei candidato e solo i colloqui con Bush e Gorbaciov mi convinsero a candidarmi, sapendo bene che sarei stato un presidente di transizione. Ero il candidato giusto per realizzare le riforme ed ero per gli Stati confinanti la garanzia che in Polonia non ci sarebbero state avventure alla Robespierre. La mia presenza a fianco di Mazowiecki era una garanzia per tutti. In buona misura la Rivoluzione di velluto e la caduta del Muro di Berlino sono legate a quanto era accaduto prima in Polonia. Però c’erano delle forze politiche che non accettavano che lo stesso uomo che aveva introdotto lo stato di guerra facesse il presidente della Polonia democratica. E in un certo senso capisco queste obiezioni. Fra costoro c’erano soprattutto i fratelli Kaczynski, che avevano una forte influenza su Walesa, che infatti cominciò ad essere sempre più inquieto e a fare dichiarazioni contro di me. Nella primavera del 1990 dissi a Mazowiecki che ne avevo abbastanza e volevo dare le dimissioni. Mazowiecki mi chiese di non farlo perché la mia persona era una garanzia per tutti. Accettai di rimanere, ma all’inizio dell’autunno l’ostilità contro di me cominciò a crescere, ci fu anche qualche manifestazione. I fratelli Kaczynski, soprattutto Jaroslaw, fecero dichiarazioni molto dure. Espressi al primate il mio desiderio di andarmene in modo non traumatico e gli chiesi di poter organizzare un incontro allargato. L’incontro si svolse in ottobre a Varsavia nella residenza del primate. Erano presenti i rappresentanti di Solidarnosc, ovviamente con a capo Walesa, i rappresentanti della Chiesa con il primate, i rappresentanti delle vecchie autorità con me. Walesa era determinato a diventare il prossimo presidente. A quel punto dichiarai la mia totale disponibilità a ritirarmi e ad anticipare le elezioni presidenziali. Cercai di uscire di scena nel modo più dignitoso possibile. Anche con quel gesto simbolico che lei ha ricordato, con cui in qualche misura si riallacciava la nuova Polonia alla Polonia dell’anteguerra. Pensai che avrei potuto finalmente riposare dopo tanti anni di lavoro e tante esperienze drammatiche: la Siberia, la guerra, tutti gli anni del Dopoguerra. Pensavo di potermi dedicare alla famiglia, alla lettura, al teatro. E invece niente, sono vent’anni che continuo a dovermi giustificare, a dover comparire davanti al tribunale, alla procura. Nel mese di settembre avrei dovuto essere presente in tribunale per 23 giorni, praticamente tutti i giorni. Ho 86 anni, ho i miei acciacchi, le confesso che mi sembra che ci sia veramente un accanimento contro di me, ma evidentemente deve essere così: la storia viene usata come strumento politico.

E oggi cosa significa questo in Polonia?
Continuiamo a dividere la società secondo le categorie post-comunismo e post-Solidarnosc. E ci si serve di tutto, compreso il mio processo, per dimostrare come il sistema sia stato cattivo. Allo stesso tempo c’è troppo trionfalismo: «Noi abbiamo vinto e per questo abbiamo tutti i diritti, noi abbiamo sconfitto il comunismo». Ma chi sono questi noi? Io sostengo che se non ci fosse stata tutta una serie di condizioni non si sarebbe arrivati da nessuna parte. Il ruscello del desiderio del cambiamento non sarebbe mai diventato un grande fiume senza gli affluenti: Gorbaciov e la perestrojka, Reagan e Bush, Solidarnosc, il Papa, Walesa, la Chiesa, e anche la volontà riformatrice di chi allora era al potere, perché se non avessimo voluto cedere il potere avremmo trovato il modo per tenercelo stretto. Tutto questo dovrebbe essere capito, studiato, non dovrebbe essere solo oggetto di atteggiamenti emotivi. Ad esempio Katyn: posso dire di essere stato io a spingere Gorbaciov ad ammettere la strage, nonostante le enormi opposizioni all’interno del Cremlino e le sue stesse resistenze. Per cinque anni ho fatto pressione su di lui. Riuscii ad ottenere la nomina di una commissione congiunta polacco-russa e finalmente Gorbaciov dichiarò a me ufficialmente che la strage era stata opera dei sovietici, della Nkvd, facendomi anche i nomi degli autori, chiedendo pubblicamente scusa alla nazione polacca. Eppure oggi si preferisce non ricordare che sono stato io a sollevare il velo su questa tragedia. Ma forse ormai questo è il mio destino e non posso fare altro che accettarlo.

Lafforgue: «la verità e l’amore non possono essere fabbricati. Possono soltanto essere accolti»

A lato, una ragnatela improvvisamente visibile per la brina. By courtesy of BP

Da Tracce

LAFFORGUE «Il cristianesimo, religione della conoscenza»


di Flora Crescini

30/10/2009 - Il grande matematico francese ha inaugurato la stagione del Centro culturale di Milano. Raccogliendo, in una civiltà di saperi frammentati, la sfida della "Caritas in veritate" ad «andare più lontano»

La verità, la carità, la conoscenza. Sono i temi da cui è ripartita l’attività del Centro culturale di Milano, il 26 ottobre in un incontro dedicato proprio alla Caritas in veritate di Benedetto XVI. A Laurent Lafforgue, grandissimo matematico dell’Académie des Sciences francese, il compito di spiegarla. Sfida indubbiamente interessante: non un filosofo, non un teologo, e tantomeno un sociologo, ma un matematico.


Sin dalle prime battute, fa sul serio: «Per noi cristiani è naturale e abituale pensare che il cristianesimo sia la religione dell’amore - osserva -. Ma pochi sono coloro a cui capita di pensare che il cristianesimo sia anche la religione della conoscenza. D’altra parte, amore e conoscenza non vengono associati: le lingue europee moderne non ci invitano a farlo, contrariamente alla lingua ebraica in cui lo stesso verbo significa “amare” e “conoscere”». Strano a dirsi, ma già nella lingua in cui parliamo è presente un dualismo, quasi che l’amare sia un’altra cosa rispetto al conoscere e viceversa.

Lafforgue fa subito notare che in un’enciclica, che tutti chiamano sociale, l’attenzione sia attirata «su un fatto molto concreto: l’esistenza di una grande similitudine tra l’esperienza umana dell’amore e quella della verità o della conoscenza», indicando così che la dinamica dell’esperienza umana è un valido metodo per giungere alla conoscenza della Verità ultima. Infatti . Quando nell’esperienza umana irrompe un dono«la verità e l’amore che essa fa intravedere non possono essere fabbricate. Possono soltanto essere accolte» più grande di noi, l’io si sente rinascere; nessun tentativo posto in atto dall’io può suscitare un tale risveglio: «Sappiamo bene, infatti, che non dipende da noi essere amati da una persona, e che, ancora, non possiamo suscitare nessun amore nel nostro cuore con un atto della volontà». E quello che vale per gli uomini, vale anche per Dio. La verità è dunque «quel che la nostra volontà è impotente a piegare».

Se un matematico ha per vocazione di conoscere bene la matematica, è tuttavia vero che «la conoscenza accademica non è tutta la conoscenza: è solo una verità particolare. Le verità particolari, quindi, hanno bisogno non tanto di essere abbandonate, ma di ritrovare il loro legame con la verità tutta intera». Il particolare non lascia tregua fino a quando non ha incontrato il tutto. Un certo tipo di sapere non è criticabile per le sue conoscenze, ma è da criticare quando tali conoscenze mancano del desiderio e dell’attesa della verità tutta intera.

Ed è a questo punto che Lafforgue sferra un colpo di fioretto: «Avete in mente la famosa formula di Galileo che fonda la scienza moderna, “Il mondo è scritto in segni matematici”? Diventa falsa e pericolosa, se è compresa nel senso che la verità sarebbe matematica, o che l’essenza del mondo sarebbe matematica. Il pericolo di comprendere la formula di Galileo in questo senso totalizzante e riduttore è stato smisuratamente accresciuto dal meraviglioso e affascinante successo della scienza galileiana». Sappiamo bene a cosa ha portato: l’acqua non è più ciò che bagna gradevolmente il corpo, ciò che si beve e sazia la sete, bensì è H2O. Utilizzando formule, si è un po’ perso il linguaggio della natura, vale a dire il linguaggio dell’esperienza sensibile. Di fronte a questa invasione di formule scientifiche e applicazioni tecniche occorre allora tornare indietro? Per Lafforgue la tentazione è grande. Ma, ancora una volta, il matematico si lascia mettere in discussione dalla Chiesa: «La tecnica - è bene sottolinearlo - è una realtà profondamente umana, legata all’autonomia e alla libertà dell’uomo... Non ho mai sentito da nessun scienziato progressista un elogio così profondo della tecnica o dello sviluppo moderno dello spirito. Ecco perché i sedicenti intellettuali che descrivono Benedetto XVI come anti-moderno mostrano che non l’hanno letto».

In sintesi, «non bisogna rinunciare alla scienza galileiana, ma non bisogna ridurre a essa l’essenza del mondo», che non è scritto solo in segni matematici: «Partendo dal fascino che la tecnica esercita sull’essere umano, si deve ritrovare il vero senso della libertà, che non risiede nell’ebbrezza di un’autonomia totale, ma nella risposta alla chiamata dell’essere, cominciando dal nostro essere». Il particolare non lascia tregua, fino quando non ha incontrato il tutto.
Tutto ciò mette in luce la tragedia della frammentazione dei saperi, che tanto ci angoscia: sappiamo migliaia di nozioni, e tuttavia non possiamo dire di conoscere, nel senso più pieno. Conosciamo forse i singoli tasselli di un puzzle, ma non il disegno. Sappiamo e non possiamo amare. E per concludere, Lafforgue ribadisce: «Questo amore nella conoscenza è l’autentico ispiratore e animatore della ricerca di tutte le verità particolari e della loro trasmissione. Lo dice l’enciclica: “È sempre necessario andare più lontano...”».