domenica 11 marzo 2012

Testori torna a Ravecchia trent'anni dopo. Andrea Soffiantini in "Factum est", l'11 marzo 2012

Il Centro Culturale della Svizzera Italiana, in collaborazione con i Concerti di San Biagio, ha il piacere di invitare i suoi gentili lettori ad assistere allo spettacolo di 

Andrea Soffiantini
in
Factum est
di
Giovanni Testori

domenica 11 marzo 2012
alle ore 17:00




"Per tanti anni ho potuto chiamare qualcuno maestro, e ho avuto per molto tempo al mio fianco un uomo che non conosceva la distrazione. Testori vedeva la realtà ferita intorno a sé, scorgeva il dramma nel quotidiano affollarsi del metrò così come lo percepiva in tutta la realtà dell’arte. Quando gli chiesi come comunicare attraverso il mestiere del teatro la vita, quando a me non usciva che un balbettio… non mi rispose; si girò verso di me, mi guardò per qualche istante, poi si allontanò portato via dalla scala mobile… (eravamo al settimo piano della Rinascente a Milano). Dopo solo una settimana avevo già le prime pagine di un suo testo teatrale scritto per me e che iniziava con un balbettio" (Andrea Soffiantini).


Nasce così uno dei monologhi più drammatici di Giovanni Testori, scritto nel 1980 per Andrea Soffiantini, attore italiano, all'epoca giovane e desideroso di imparare un mestiere che ormai da decenni lo annovera tra i più bravi e umili attori teatrali italiani (personalmente, credo, il migliore). 


In questo monologo dà voce a una "creatura appena concepita per farle reclamare un diritto alla vita che il padre vuole negarle e la madre acconsente a toglierle. La creatura che, prima in un confuso balbettio, poi con parole sempre più scandite e più forti, si esprime in Factum est è, per Testori, creatura sacra per il fatto stesso d’essere già viva: in essa s’incarna Dio; sopprimerla è sopprimere Dio. Per questo l’intero monologo si scandisce su i tempi di un sacrificio, quasi di una Via crucis".


Dopo il grande successo dell'anno scorso, questo spettacolo apre la nuova stagione dei Concerti di San Biagio e sarà in scena nell'omonima chiesa a Ravecchia, luogo che già trent'anni fa ospitò lo stesso Testori, con il suo Interrogatorio a Maria per volere di mons. Gianni Danzi, allora parroco di Daro e amico di don Pierino Lavizzari, parroco di Ravecchia.

Quello a cui siamo invitati non è solo uno spettacolo teatrale, ma l'incontro con un uomo cresciuto nell'amicizia con il suo maestro; è la possibilità unica e imperdibile di vedere un'opera intensa e commovente come Factum est dalla stessa voce per cui Testori l'ha scritta: un attore capace di comunicare la vita.

Margherita Saltamacchia



lunedì 27 febbraio 2012

Prof 2.0: Lo Jacopo Mortis di Foscolo messa alla prova da una quarta liceo. Grandioso.


Image by courtesy of Vogue. 
Inrealtà dobbiamo questo testo al blog dell'autore, Alessandro d'Avenia, Prof 2.0


Quando mi hanno invitato a parlare ai ragazzi che in questi giorni partecipano ai Colloqui Fiorentini, ho pensato di portare anche una delle mie classi tra i 1800 studenti di scuola superiore che da tutta Italia affollano il capoluogo toscano per assistere e contribuire a un convegno su un autore letterario. Mi è sempre sembrato paradossale che tanti ragazzi si riuniscano con dei professori in uno spazio creato e ri-creato da un classico della letteratura. Fuggono da scuola e poi ci vogliono tornare. Come mai?
Mi hanno chiesto di parlare dell’Ortis di Foscolo, autore designato per i Colloqui di quest’anno. La cosa mi piaceva meno, perché non ho mai letto per intero quel libro, accontentandomi di farlo – antologicamente – “a pezzi”. Ma nulla accade per caso e ho visto una sfida e un’occasione.
Ho deciso così di trasformare la mia comunicazione in un’avventura con i miei ragazzi del quarto anno, leggendo per intero l’Ortis in classe e scoprendo insieme a loro, come in una passeggiata con un amico, su cosa posare lo sguardo e lasciarsi sorprendere. Abbiamo anticipato lo studio di Foscolo di qualche mese e ci siamo buttati dentro la sua prosa e poesia intrisa di una musica che spesso costringe a fermarsi, quando non è troppo appesantita dalla retorica del tempo.
Ho letto «Le ultime lettere di Jacopo Ortis» ad alta voce e ci fermavamo se venivamo sollecitati da qualcosa che ci riguardava. È stata una lunga passeggiata, spesso con tratti in solitaria (il tempo non consentiva la lettura di tutto il libro in classe) ma con indimenticabili bivacchi, fatiche, scoperte. Sino alla cima, dalla quale vedevamo tutto il percorso fatto, il panorama che Foscolo ci regalava e una specie di compimento nelle nostre vite. Charles Péguy la chiamava «una lettura ben fatta»: «Una lettura ben fatta non è nientemeno che il vero, veritiero, e persino soprattutto reale compimento dell’opera, una specie di coronamento, di grazia particolare e sovrana. (…) Vi è un destino meraviglioso, e quasi spaventevole, nel fatto che tante opere di grandi uomini possano ricevere un perfezionamento, un compimento da noi dalla nostra lettura. Che spaventosa responsabilità per noi». Io amo chiamarla una lettura «responsabile», una lettura che risponde al testo letto per intero, in prima persona, con una matita in mano. Forse per questo George Steiner proponeva qualche anno fa, in ironica polemica con le scuole di scrittura creativa, l’inizio di «scuole di lettura creativa», scuole in cui si impara a leggere davvero. Questo in effetti dovrebbero fare le scuole di scrittura e la scuola in generale: insegnare ai ragazzi a leggere bene. Oggi arrivano alle superiori ragazzi che fanno fatica a leggere bene un testo ad altra voce. Quale comprensione di un testo e del mondo possono maturare senza una lettura ben fatta? Intelligenza è legere intus, leggere dentro, ma chi non sa leggere non riuscirà a penetrare la superficie del testo per leggervi dentro e incontrare nello spirito chi ha scritto quella lettera.
Questo accade ai Colloqui fiorentini, nella cornice della Firenze che foscoliamente “beata in un tempio accolte serba l’itale glorie”. Così è accaduto in classe. Non posso dimenticare quando Ambrogio ha detto: “Si doveva intitolare Jacopo Mortis”. Non posso dimenticare il momento in cui Luca ha interrotto la lettura è ha esclamato: «In fondo la letteratura tutta è un combattimento contro la solitudine», cogliendo il nucleo essenziale del romanzo epistolare foscoliano in cui lo scrivere lettere, aldilà dell’imitazione dei modelli, è la ricerca di un «tu» che raccolga i frammenti di un uomo il cui cuore e la cui mente si sono dati battaglia sino a frantumarlo e a renderlo un enigma a se stesso. Ne nasce così una confessione di stampo agostiniano, in cui però la ricerca di senso rimane senza risposta sino al gesto estremo del suicidio.
Non posso dimenticare le lacrime di Carolina, ferita dal fatto che Foscolo considerasse illusioni del cuore le cose per cui lei cerca di vivere e lottare ogni giorno. Non posso dimenticare le parole di Benedetta che faceva sue quelle di Foscolo quando traduce Pascal «Io non so né perché venni al mondo; né come, né cosa sia il mondo, né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’un’ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazi dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove».
Non posso dimenticare Chiara, la mia collega di storia dell’arte, che ha deciso di darmi una mano per la parte artistica e venire anche lei, portandosi dietro anche la famiglia.
Quante cose ho scoperto di Foscolo, quante cose ho scoperto di me, quante cose ho scoperto dei miei ragazzi grazie a questa lettura “ben fatta”. Che cosa è la letteratura se non un modo per origliare noi stessi quando non sappiamo o non vogliamo ascoltarci, che cosa è se non uno scoprire se i pensieri che abbiamo sono veramente nostri e per imparare a guardare gli altri attraverso le parole che fanno proprie o in cui si riconoscono?
Non potrò dimenticare soprattutto che quando ho detto che sarei andato a Firenze per una comunicazione hanno deciso di venire anche loro, benché i Colloqui cadessero nei giorni delle vacanze di Carnevale e avrebbero dovuto rinunciare alla settimana bianca. Per tornare a scuola.

domenica 26 febbraio 2012

Fenoglio e Guidi su Wagner e il destino tedesco: alla Libreria al Ponte venerdì 16 marzo alle 18:30

Riceviamo e con molto piacere pubblichiamo:


Libreria al Ponte Ÿ via Lavizzari 25 Ÿ 6850 MendrisioŸ 091 646 74 37Ÿ www.libreriaalponte.chŸ libreriaalponte@bluewin.ch


Con grande piacere desideriamo invitarLa in Libreria 


VENERDÌ 16 MARZO
ALLE ORE 18.30

In occasione dell’incontro dal titolo

“L’ARTE CHE ANTICIPA LA STORIA”
La musica di Wagner come profezia di un destino tedesco

Durante il quale  
Paolo Fenoglio
dialogherà con
Marco Guidi

Paolo Fenoglio,  filosofo di formazione, esperto di storia ed estetica della musica, è docente all’Accademia internazionale di Musica di Milano. Rinomato conferenziere e collaboratore delle tre reti Rai, è autore di diverse pubblicazioni, tra cui “La tetralogia wagneriana come profezia di un destino tedesco”, Ogni uomo è tutti gli uomini edizioni

Marco Guidi è stato capo redattore del “Mattino” di Napoli e del “Messaggero” di Roma,  e per molti anni inviato di guerra in Medio Oriente, Afghanistan, Balcani e Cina. Autore di vari libri, si occupa ora di politica estera per varie testate giornalistiche ed è docente all’Università di Bologna.


Seguirà aperitivo!

mercoledì 22 febbraio 2012

Benedetto XVI che cita Paolo VI: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli»


Per augurare al popolo di rito Romano un buon inizio di Quaresima riproponiamo questo straordinario brano di pura esegesi ratzingeriana. Sotto: il buon Samaritano. By courtesy of Arezzogiovani.it



Messaggio per la Quaresima 2012
"Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone"   (Lettera agli Ebrei, Cap. 10, 24)
 
Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.
 
1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
 Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. 
Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. 

Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. 
Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). 
Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». 
E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. 
Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. 
Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.
Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. 
«Le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.
Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). 
I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. 
Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011

lunedì 20 febbraio 2012

Benedetto XVI: la cattedra di Pietro del Bernini


Riportiamo un a parte dell'omelia che il papa Benedetto XVI ha pronunciato ieri celebrando con i nuovi cardinali. Il testo integrale può essere letto qui.

A lato, l'opera del Bernini sullo sfondo, con in primo piano la statua bronzea dell'Apostolo e due colonne a torciglione dell'altare della Confessione.

[...]
Il brano evangelico odierno presenta Pietro che, mosso da un’ispirazione divina, esprime la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso. In risposta a questa limpida professione di fede, fatta da Pietro anche a nome degli altri Apostoli, Cristo gli rivela la missione che intende affidargli, quella cioè di essere la "pietra", la "roccia", il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19). Tale denominazione di "roccia-pietra" non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso «la carne e il sangue». 
L’esegeta Joachim Jeremias ha mostrato che sullo sfondo è presente il linguaggio simbolico della «roccia santa». Al riguardo può aiutarci un testo rabbinico in cui si afferma: «Il Signore disse: "Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?". Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: "Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo". Perciò egli chiamò Abramo una roccia». 
Il profeta Isaia vi fa riferimento quando ricorda al popolo «guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre» (51,1-2). Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione. Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male.

Cari fratelli e sorelle! Questo episodio evangelico che abbiamo ascoltato trova una ulteriore e più eloquente spiegazione in un conosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo. Che cosa ci dice questo complesso scultoreo, dovuto al genio del Bernini? Esso rappresenta una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino.

La finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce. Ma c’è anche un altro aspetto da evidenziare: la Chiesa stessa è, infatti, come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro - con la "A" maiuscola - da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio "arriva" a noi, e dove noi "partiamo" verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile.

La grande cattedra di bronzo racchiude un seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità, che trae origine dal mandato di Cristo dopo la confessione a Cesarea di Filippo. Il seggio magisteriale rinnova in noi anche la memoria delle parole rivolte dal Signore a Pietro nel Cenacolo: "Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32).

La cattedra di Pietro evoca un altro ricordo: la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia, che nella sua lettera ai Romani chiama la Chiesa di Roma "quella che presiede nella carità" (Inscr.: PG 5, 801). In effetti, il presiedere nella fede è inscindibilmente legato al presiedere nell’amore. Una fede senza amore non sarebbe più un’autentica fede cristiana. Ma le parole di sant’Ignazio hanno anche un altro risvolto, molto più concreto: il termine "carità", infatti, veniva utilizzato dalla Chiesa delle origini per indicare anche l’Eucaristia. L’Eucaristia, infatti, è Sacramentum caritatis Christi, mediante il quale Egli continua ad attirarci tutti a sé, come fece dall’alto della croce (cfr Gv 12,32). Pertanto, "presiedere nella carità" significa attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico - l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze. 

Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede.

La grande Cattedra è sostenuta dai Padri della Chiesa. I due maestri dell’Oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa. Questo elemento dell’altare ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere. 
I Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici.

Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra, rivolgiamo ad esso uno sguardo d’insieme. E vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa. E’ la reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. 

La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore, verso l’alto, come l’altare della Cattedra eleva verso la finestra luminosa, la gloria dello Spirito Santo, che costituisce il vero punto focale per lo sguardo del pellegrino quando varca la soglia della Basilica Vaticana. A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio. Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso.

Cari fratelli e sorelle, a noi, ad ogni cristiano è affidato il dono di questo amore: un dono da donare, con la testimonianza della nostra vita. Questo è, in particolare, il vostro compito, venerati Fratelli Cardinali: testimoniare la gioia dell’amore di Cristo. Alla Vergine Maria, presente nella Comunità apostolica riunita in preghiera in attesa dello Spirito Santo (cfr At 1,14), affidiamo ora il vostro nuovo servizio ecclesiale. Ella, Madre del Verbo Incarnato, protegga il cammino della Chiesa, sostenga con la sua intercessione l’opera dei Pastori ed accolga sotto il suo manto l’intero Collegio cardinalizio. Amen!

Alain Goldschläger, un seminario sulla pace, questo bene impossibile

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo invito a un seminario tripartito tenuto dal 


prof. Alain Goldschläger 

(a destra nell'immagine by courtesy of Wikipedia
della Western University del Canada:


20.2.2012: Dimensioni socio-politiche della pace - le teorie del complotto universale e gli ostacoli alla pace


22.2.2012: Pace e religione: la memoria del genocidio e la pace


24.2.2012: Pace e letteratura: la testimonianza della Shoah. Una riflessione


nella sede della Fondazione per le Culture della Pace, Ex-Municipio di Breganzona, Via G. Polar 41, 6932 Lugano.


Gli incontri sono moderati dal Prof. Krienke della Facoltà di Teologia di Lugano e introdotti dalla signora Marinela Somazzi-Safta, Console onorario di Romania.


I posti sono limitiati. 
Con preghiera di annunciare la propria presenza a secretariat@peace-culture.org 

domenica 19 febbraio 2012

Gli armeni in Italia e nel mondo, oltre il genocidio


Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Carissimi,
volentieri vi segnalo questo importante evento:

                              Sabato 25 febbraio 2012 alle ore 17.00
       Antonia Arslan ed il prof. Aldo Ferrari parteciperanno all'incontro
                "Oltre il genocidio: gli armeni in Italia e nel mondo".
c/o Aula magna Istituto Tecnico Commerciale e Turistico "Vittorio Emanuele II"
                                                  via Lussana 2  - Bergamo

Allego la locandina dell'incontro.

Nel frattempo vi ricordo i nostri viaggi:
Armenia a Pasqua :  4-10 aprile
Armenia-Georgia : 7-17 luglio

Cordiali saluti
Giovanna Valenti
034/294021


Don Villa: Io non credo in me, ma Giussani invece sì. E diventava uno per cui valeva la pena vivere.

Da Tempi, che ringraziamo. A lato, una rara immagine del Villa, al pulpito.



twitter: @DanieleCiacci



Don Villa, parliamo di don Giussani? «No, ti prego, non farmi un'intervista, ché sembra una cosa seria. Chiamiamola "una chiacchierata"». Ma è per umiltà che don Antonio Villa si ritrae perché, in realtà, ha tanto da dire. «Ma facciamo in fretta, che devo preparare la pastasciutta ai miei bimbi». Era il 1976. Don Villa e uno sparuto gruppo di giovani andò in Friuli per aiutare i terremotati. Da allora non si è più staccato dalla piccola comunità di Tarcento – 9 mila abitanti – e ha fondato pure una scuola. È intitolata a "Camillo di Gasparo" ed è completamente gratuita, perché «l'educazione non può avere prezzo». A sette anni dalla morte di don Luigi Giussani, gli chiediamo di raccontarci di lui. Ed è commosso: «Per quel prete vale la pena vivere. Ti valorizzava solo per il fatto che c'eri. Mi chiamava "il Vilìn". Questo soprannome è l'asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».


Quando ha incontrato don Giussani?
Nel 1954 insegnava Teologia orientale in seminario. Una materia che a noi studenti non interessava per niente. Lui, pora stella, si metteva tutto nella spiegazione, gesticolava, stringeva i pugni. Ispirato, un mio compagno lo ha soprannominato "il mungitore". A lezione eravamo sempre distratti, e Giussani si arrabbiava. Ci paragonava ai suoi ragazzi del Berchet che invece stavano attenti. Ci considerava peggio dei ragazzini. Poi, nel 1962, facevo il vicedirettore al Collegio di Saronno. Mi chiesero di prendere l'abilitazione per insegnare religione nelle scuole. Sono prete ma ho dovuto farlo lo stesso. Mah. Non la presi molto seriamente. Infatti mi bocciarono. Allora ho dovuto seguire i corsi. Chi li tiene? Il "mungitore". Mi sono nascosto all'ultimo banco, perché non volevo che mi riconoscesse. Eppure, rimasi stupito. Diceva delle cose sulla Chiesa che mai avevo sentito. Mi sono trascinato al primo banco, con gli occhi sbarrati e le orecchie aperte. Era eccezionale.


Così, si è stretto un rapporto?
Sì. Nel 1963 mi propongono di dirigere il Centro sportivo Fenaroli. Il progetto di fondo era istituire l'Isef in Cattolica. Dovevo pulire le piste invece che le aule. Avevano il problema di darmi un sostentamento, ad esempio l'insegnamento di religione. Il monsignore, allora, mi ha proposto di incontrarlo in un pensionato per decidere in quale scuola andare. Lì chi mi trovo? Don Giussani. "Vieni a trovarmi in via Statuto, Vilìn". Sono andato. C'erano tantissimi ragazzi, e al centro il Giuss. "Vìlin, che bravo che sei venuto a trovarmi. Giacomo – chiama un ragazzo dal gruppo – lui è don Villa, fallo lavorare con te al giornale". Era il "Milano studenti". Io scrivevo robette sulla liturgia, ed era bellissimo. Era una meraviglia continua. Non ho mai avuto una buona considerazione di me, ma loro mi pungolavano, mi davano cose da fare, mi stimavano. Sono stati anni di un godimento estremo.


Ma anche anni difficili. Erano i tempi della contestazione giovanile…
Sì, ma Giussani non era mai preoccupato. Viveva della certezza assoluta dell'incarnazione. Gesù continuava nei suoi vicari, nei suoi vescovi. L'arcivescovo Colombo ha fatto soffrire tanto il Gius. Tra i due c'era un'incomprensione totale. Mi ricordo che lo accompagnavo in Curia ogni lunedì, per convincere il vescovo della bontà del Movimento. E spesso usciva in lacrime, per non esserci riuscito. Ma non l'ho mai sentito parlar male di lui una sola volta. Era il '68. I preti mandavano tutti alla malora, ma io non ho mai sentito don Giussani dire qualcosa contro la Chiesa. Lui aveva queste certezze semplici, intangibili e vere. Erano degli assunti che viveva con naturalezza. E lo si percepiva. Ti dava sicurezza perché viveva di sicurezza. Spesso non capivo tutto quel che diceva, ma non ne avevo bisogno. Mi bastava lui.


Cosa ti è rimasto nel cuore, di don Giussani?
Di certo l'umiltà, la sua totale mancanza di vergogna nel domandare. Per qualunque necessità, chiedeva. Una mattina mi telefona e mi chiede un favore. Io avevo la macchina e tanto tempo libero. Mi chiede se sono disponibile il giorno seguente. Rispondo di sì. "Devo andare a fare un ritiro dalle suore di clausura di Piacenza, ma non ce la faccio. Vai tu". Rispondo: "Gius, ma cosa diavolo stai dicendo?". "Villa – mi fa lui – hai detto che puoi? Allora ti do l'indirizzo". Così sono andato. Vedi, non stava a discutere sui contenuti, Giussani. Chiedeva solo la tua disponibilità. Una volta, durante un ritiro a Salice d'Ulzio, mi chiede se sapevo dei passi particolari della Bibbia. "No Gius, non li conosco". "Ma puoi cercare, no?". Fatto sta che sono rimasto in piedi la notte intera per mettergli giù dei brani che poteva utilizzare. Il mattino li guarda, e ne salva due o tre. Che, tra l'altro, già conosceva. "Gius, ma li sapevi già a memoria" mi lamento. "Sì, ma se li trovi tu è diverso". Giussani mi dava come un senso di sicurezza. Io non credo in me, ma lui sì. E diventava uno per cui valeva la pena vivere. Mi interessava solo aiutarlo in tutto quello che chiedeva.



sabato 18 febbraio 2012

cMc: rassegna stampa culturale dal 1. al 14 febbraio 2012

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Il concetto di lavoro è ad un bivio: quale?
La discussione sulla monotonia del posto fisso ha occupato molto spazio sulle testate giornalistiche delle ultime settimane. Gli “esperti” e i “tecnici” si sono espressi a favore o contro la presa di posizione del governo sui giovani lavoratori, ma pochi sono riusciti ad esprimere un reale giudizio culturale sulla questione. Spesso, nel dibattito, ci si è scordati della radice profonda che lega l’uomo al lavoro: un legame che è impossibile mettere a norma in quanto non costituisce un principio economico ma antropologico.
10/02/2012 Il Giornale (L.Doninelli) Per chi vuole lavorare il posto fisso non conta
05/02/2012 La Stampa (L.Ricolfi) Disoccupati e la strada verso il nulla
07/02/2012 Corriere della Sera (A.Polito) Tante prediche, pochi esempi
02/07/2012 Sussidiario.net (L.Campiglio) GAFFES TECNICHE/ Campiglio: i "prof" parlano di giovani e art. 18 senza i dati
13/02/2012 Repubblica (I.Diamanti) La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni

Pubblichiamo una serie di articoli e riflessioni che, a partire dal convegno organizzato dalla Chiesa Italiana intitolato “Gesù nostro contemporaneo”, si interrogano sull’attualità della domanda del Cristo agli apostoli: Che cosa cercate?. Davvero possiamo dire che l’imprevedibile (l’impensabile) è diventato un avvenimento reale?
03/02/2012 Osservatore romano (C. Ruini) Gesù nostro contemporaneo
09/02/2012 Avvenire (D. Zappal) INTERVISTA a J.-L. Marion: Nel nome del Padre perduto
09/02/2012 Il Foglio (P. Rodari) Gesù è un contemporaneo? Un convegno (e una sfida) per credenti e non
10/02/2012 Avvenire (M. Muolo, A. Bagnasco) Non spegnere la tua luce, Europa

Brague ci guida nella riscoperta del valore dell’arte. In un clima in cui lo choccante sembra l’unico valore che guida il giudizio sull’arte, riscoprire il Bello come legame al vero può aiutarci, nel mare della business art, a mostrarci cosa più interroga il cuore dell’uomo. Infondo al Buono e al Vero troviamo il Bello. Proponiamo alcuni esempi inerenti alcune arti. È a partire4 dalla tradizione veramente compresa che si può dire qualcosa di non banale e vero. Rilanciamo perciò il discorso di Ratzinger al meeting di Rimini del ?? ad oggi insuperabile magistero culturale
05/02/2012 La Lettura (M.A.Calabrò) INTERVISTA a Rémi Brague: Amo, dunque sono
02/05/2012 Domenicale de Il Sole24Ore (A.Camus) Mi ribello, dunque siamo 
02/08/2012 Sussidiario.net (M.Bordoni) JULES ET JIM/ Un "racconto" anticonformista per dare l’addio al cinema classico
02/09/2012 Tracce.it (W.Muto) MUMFORD & SONS/ Look d’altri tempi per una musica di successo
30/08/2002 Meeting di Rimini 2002 (J. Ratzinger) Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza

E’ morta la poetessa polacca Wislawa Szymborska (premio Nobel nel ’96, prima che i Nobel perdessero di valore). Nei suoi versi traspare un profondo stupore per la ricchezza e molteplicità della realtà. Uno sguardo capace di accorgersi del “granello di sabbia”, della più abituale forma del quotidiano. A volte la poesia nasce prima della parola, in un’immersione stupita e grata nel cuore della vita
02/03/2012 Il Manifesto (V.Parisi) Nero su bianco, la gioia di scrivere
02/06/2012 Che tempo che fa (R.Saviano) VIDEO: Wislawa Szymborska 
02/03/2012 Il Foglio (S. Di Michele) Non saprei dire come, ma Szymborska sapeva quasi tutto di me
02/02/2012 Tracce.it (D.Rondoni, ) Szymborska, come un vino amabile 
02/02/2012 La Stampa (M.Baudino) Addio alla Wislawa Szymborska poetessa testimone del presente

04/02/2012 Messaggero (F.Iannucci) Dickens. Lo sguardo del maestro sulla commedia umana
05/02/2012 Domenicale de Il Sole 24 Ore (G.Ravasi) La domenica con David Turoldo
02/08/2012 Avvenire (F.Panzeri) Il “caso” Antonia Pozzi 
09/02/2012 Corriere della Sera (S.Grasso) Testori, il ritorno della passione
12/02/2012 La Lettura (R. Galverini) René Char, il figlio delle avanguardie che mise in versi libertà e resistenza

La filosofia europea sembrava essersi “dimenticata” del suo valore metafisico. La continua lotta contro il livello trascendentale che fondava la cultura e il rapporto dell’uomo con la realtà ha rischiato di sradicare la sua vera identità. Pubblichiamo alcuni articoli e riflessioni che mostrano la riscoperta di questa radice trascendentale come ricostruttrice di un’identità europea non “ideologica”, ma “ideale”.
01/02/2012 Corriere della sera (P. Gheda) Il vicolo cieco del marxismo
01/02/2012 La Repubblica (R. Esposito) L' importanza di Rensi filosofo della vita
02/02/2012 La Stampa (G. Riotta) Perché non possiamo non dirci occidentali
04/02/2012 Corriere della sera (A. Torno) Ries: L’antropologo nominato cardinale che ha riscoperto la Preistoria
02/05/2012 Avvenire.it (F. Hadjadj) Ultime notizie dall'Aldilà

Esistono ancora delle figure in grado di guidarci e porci di fronte alla realtà, in tutta la sua drammaticità. Proponiamo tre articoli che mostrano una maniera possibile di stare di fronte a tre questioni oggi decisive e non trascurabili.
09/02/2012 Il Sole24Ore (A.Scola) Quell’istanza critica della ragione
08/02/2012 Avvenire (Benedetto XVI) Il Papa: siamo custodi dei nostri fratelli
24/01/2012 Osasiscenter.eu (M. Conte, M. Diez) Intervista esclusiva a P. Paolo Dall’Oglio, Siria, ultimo appello

Fadelle, che con Cristo ha ottenuto tutto, dice per poter dialogare con i musulmani bisogna dirgli: «Leggi e comprendi il Corano»


Da l'Aide à l'Eglise en détresse, che ringraziamo.

 16 febbraio 2012

Propos recueillis par Raphaelle Autric

Irakien chiite converti au christianisme, Joseph a dû quitter son pays, menacé de mort. Il vit désormais en France avec sa femme et ses trois enfants.


Le récit de son histoire, Leprix à payer (a lato la copertina), a connu en France un véritable succès et commence à être traduit et diffusé dans d’autres pays d’Europe. Multipliant conférences et témoignages, Joseph consacre le reste de son temps à sa famille et à Paltalk, qui lui permet de dialoguer en direct sur internet. Il est ainsi en contact permanent avec de jeunes musulmans des pays arabes, les invitant à lire et à comprendre le Coran. Paroles de converti.



Quelle a été votre réaction face au succès qu’a rencontré votre témoignage en France et maintenant à l’étranger ? Comment expliquer que vous ayez touché autant de cœurs ?

Je rends grâce au Seigneur pour cela. Je désire parler au monde entier de ma rencontre avec le Christ, et attirer l’attention sur la question de l’islam. J’ai eu l’occasion d’aller donner mon témoignage en de nombreux endroits, de rencontrer beaucoup de gens. Peut-être que les Français, à travers mon histoire, ont découvert une réalité de l’islam, à savoir le sort des convertis. Un chrétien qui quitte l’Eglise ou qui ne pratique pas ne sera jamais inquiété. Dans l’islam, un converti est menacé de mort.
Quelle est la réalité de votre quotidien aujourd’hui ? Etes-vous toujours menacé ?
J’ai reçu en France des menaces de mort de la part d’un imam. Il m’a dit qu’il m’enverrait quelqu’un pour me poignarder, et qu’il prendrait de préférence un mineur qui ne risque pas une grosse peine de prison. On m’appelait en pleine nuit au téléphone pour me faire entendre le son de la prière de la mosquée. J’ai dû déménager, m’éloigner des milieux arabophones avec lesquels je vivais. C’est dommage, j’ai beaucoup aimé ce temps de contact en France avec des musulmans. Nous avions instauré un beau dialogue. Au travers des conférences, j’ai d’ailleurs pu rencontrer beaucoup de personnes musulmanes. Une fois, l’une d’entre elles a fait 800 km pour venir assister à un témoignage. A la fin elle m’a dit : « J’ai peur de réfléchir et de creuser le sujet. Si j’en arrive à la même conclusion que toi, je me coupe de tout. C’est un déchirement ».

Vous vivez dans la peur ?
Je  n’ai pas peur. « Ne craignez pas ceux qui tuent le corps et qui ne peuvent tuer l’âme », est-il écrit dans l’Evangile (Mt 10,28). On m’a tiré dessus à bout portant en Jordanie, et le Christ m’a protégé. Tant qu’Il a un plan pour moi sur cette terre, Il me protégera. Je porte un projet avec ma famille. Nous voulons que notre foyer soit ou devienne  un centre de prière ouvert à tous, où l’on pourrait prier par groupe d’âge et en famille. Si certaines familles éclatent, c’est que le Christ n’est pas au centre. Il faut mettre le Christ au centre des familles et au centre de nos vies. Notre maison s’appellera « la maison de Marie », beit maryam. Nous y pensons en lien avec l’Eglise locale bien sûr, et j’invite tous ceux qui le souhaitent à porter ce projet dans la prière.

De quoi vivez-vous ? Portez-vous encore le désir de retourner en Irak ?
En France, nous vivons grâce à l’aide publique, je n’ai reçu qu’une petite partie des droits d’auteur. Par la suite, je voudrais pouvoir aider les enfants irakiens réfugiés en Jordanie qui ne peuvent pas aller à l’école. Aujourd’hui, je comprends pourquoi je suis en France, c’est là que le Christ m’attendait pour délivrer mon témoignage. Je suis infiniment reconnaissant à la France pour son accueil. Elle est fille ainée de l’Eglise. Aujourd’hui, la France est mon pays. Mes enfants y grandissent. Je ne me sens pas à l’étranger, je prends racine. Ce qui me coûte, ce que j’aurais voulu faire, c’est pouvoir témoigner dans mon pays d’origine, en commençant par ma propre famille. Le Seigneur en a décidé autrement. Je prie et je demande au Christ qu’Il touche leur cœur et qu’Il les rencontre. Comme ça, en Lui, je pourrais les retrouver. Je n’ai aucun regret de tout ce que j’ai quitté. J’ai tout gagné avec le Christ. Toutes les difficultés auxquelles je fais face servent à me rapprocher du Christ. Tout chrétien est appelé à prendre sa croix à la suite du Christ, et cela peut passer par des choses quotidiennes toutes simples, la patience, l’humilité. Cela donne une paix et une joie profondes.

Quelles sont pour vous les clés d’un vrai dialogue interreligieux, celui auquel le Pape nous invite ?
Je suis à 100% pour le dialogue. Je constate qu’aujourd’hui, il y a peu de vrai dialogue. Il y a des rencontres, des invitations, des échanges amicaux, des repas. Le principe du dialogue, c’est la divergence d’idées et le questionnement sur des points précis. Avancer dans le dialogue, ce n’est pas évincer les questions pour dire ce que l’autre a envie d’entendre, de peur de froisser. Il faut se méfier d’un dialogue où on ne parle ni de l’Evangile ni du Coran. Il faut parler en profondeur, réfléchir aux contradictions du Coran, étudier la biographie de Mahomet qui est un modèle à suivre pour tout musulman, aborder des points précis.

Par exemple ?
Par exemple, souligner tous les versets du Coran qui invitent au meurtre de l’infidèle. Il y en a plus d’une centaine. Comment faut-il les considérer ? Est-ce une parole de Dieu ? Pour bien dialoguer, il faut aussi bien connaître le sujet. Notamment le principe des versets abrogeant et abrogés. On peut tout trouver dans le Coran. Mais les versets qui invitent à la tolérance et à l’amour du prochain sont abrogés par les plus récents qui invitent à la violence. Quand je parle avec mes amis musulmans, je leur dis cette phrase que Massoud (le chrétien avec qui il partageait la chambre, ndlr) m’a dite : « Lis et comprends le Coran ». Il faut inviter à un travail de réflexion sur le Coran, en toute sincérité et honnêteté. Avec internet, plus personne n’est obligé d’aller vers des imams qui répondent par ce verset : « O vous qui croyez, n’interrogez pas sur des choses dont le sens, s’il vous était divulgué, pourrait vous causer de la peine. Un peuple avant vous avait réclamé ces choses, mais ensuite, il devint infidèle à cause d’elles » (sourate 5, verset 101-102). Par ailleurs, la condition d’un vrai dialogue réside aussi dans le témoignage de notre propre vie. Il est écrit dans l’Evangile: « Que votre lumière brille devant les hommes, afin qu’ils voient vos bonnes œuvres et glorifient votre Père qui est dans les cieux. » (Mt 5,16)

Votre rencontre avec le Christ a été fulgurante. L’amour que vous portez à l’Eglise a-t-il été lui aussi immédiat ?
Dès le début, mon amour pour l’Eglise a été très fort. Mon désir de la rejoindre était immense, je cherchais à recevoir le baptême de toute mon âme et par tous les moyens, ma faim pour le Pain de la Vie s’amplifiait de jour en jour. Pourtant, à l’origine, en Irak, le contact avec l’Eglise a été très difficile. Je me faisais rejeter de toute part dès que je prononçais mon nom. Là-bas les prêtres tremblent quand ils voient un musulman. Il faut dire qu’à l’époque de Saddam, ils étaient souvent victimes de pièges qui visaient à les accuser prosélytisme. Un jour, alors qu’un évêque m’avait mis dehors assez violemment, je suis arrivé dans ma voiture et j’ai pleuré. J’ai dit à Jésus que je n’en pouvais plus, et que s’il me voulait dans son Eglise, c’était à lui de venir me chercher. Le soir même, j’ai eu un coup de fil d’une personne qui m’invitait à dîner avec un prêtre. Ce même prêtre m’a permis de venir à la messe dans son église. Pour nous, aujourd’hui, vivre dans l’Eglise, c’est vivre et se nourrir de ses sacrements. C’est vital et essentiel. L’Eglise est notre famille, nous sommes ses enfants.
La question de la transmission et du catéchisme vous tient particulièrement à cœur. Pourquoi ?
Les petits chrétiens d’aujourd’hui sont l’Eglise de demain ! S’ils ne sont pas correctement formés, qui prendra la relève ? Il m’est arrivé d’aller dans des écoles catholiques et de proposer aux élèves de se lever pour prier à la fin de la conférence. Je me suis fait reprendre par le proviseur qui ne souhaitait pas que je propose aux jeunes de prier. Que vont gagner les écoles catholiques à ne pas être vraiment catholiques ? Je voudrais tirer la sonnette d’alarme sur cette question du catéchisme. C’est plus important que tout le reste. Pourquoi les mathématiques seraient-elles obligatoires et pas le catéchisme ? Vous me direz que chacun est libre de croire. Mais comment un jeune peut-il choisir le Christ s’il ne le connaît pas ? S’il ne l’a pas rencontré ? Il faut investir sur le catéchisme. Le catéchisme n’est pas une option dans la vie d’un chrétien. Pourquoi l’est-il dans les écoles chrétiennes ? « Que sert à l’homme de gagner l’univers, s’il vient à perdre son âme ? » lisons-nous dans la Bible (Mt 16,26). Je lance un cri d’urgence.