venerdì 27 gennaio 2012

L'incontro con Nava Semel è stato un avvenimento. Le foto e la cronaca dal Giornale del Popolo

Grazie a Susanna per queste belle foto


Mariacinzia Bauci, contralto, attrice
Pier Gallesi, pianoforte, fisarmonica, attore.


Rossana Ottolenghi




Nava Semel e Gabriella Steindler Moscati




Nava Semel



Alda Bernasconi



Rossana Ottolenghi, Nava Semel e Gabriella Steindler Moscati 




Nava Semel



Nava Semel


Adrian Weiss



Ecco il testo integrale della cronaca che una nostra redattrice ha fatto per il Giornale del Popolo, dove solo una parte ha potuto trovare spazio. In calce si può trovare anche la pagina del giornale. [NdR]


di Ida Soldini



Perché fare memoria del dolore, o addirittura dell’orrore? Non è meglio scordare tutto, anzi non è forse necessario dimenticare per poter vivere?  Mercoledì scorso al Palazzo dei Congressi di Lugano è stata data una commovente risposta a questa domanda: è necesssario, anzi possibile, ricordarsi –  anche dell’orrore – quando si ama. Qualsiasi orrore è sconfitto se nel rapporto fra due esseri umani uno può raccontarlo e l’altro ascoltarlo, aprendo così un’imprevista possibilità di vita.
In occasione della Giornata Europea della Memoria 2012  l’Associazione Svizzera-Israele e l’Associazione Scrittori della Svizzera Italiana hanno invitato la scrittrice israeliana Nava Smel a presentare  il suo ultimo libro E il topo rise, il cui protagonista è “la storia”. È un qualcosa che vive quasi di vita propria nella mente della protagonista, qualcosa che si intreccia con la fantasia della sua nipotina che colma le lacune del non-detto, qualcosa che lascia tracce indelebili anche dopo una catastrofe planetaria, e si trasforma in mito, in videogioco, in sogno, per poi ridiventare la testimoninanza della verità in un diario. È un libro forte e poetico, violento e delicato.

Rossana Ottolenghi ha introdotto la serata senza complimenti: «È un mattino nebbioso del 1943  e i genitori stanno dicendo a una bambina di 13 anni : non guardarti intorno, corri molto velocemente, e poi ci ritroveremo dall’altra parte. »
E quella bambina ha corso, ha corso come mai in vita sua. Poi cadde e vide un soldato, un soldato che parlava tedesco, la lingua nemica e si mise a piangere disperatamente. Allora accadde il miracolo: quel soldato estrasse una tavoletta di cioccolata e gliela  porse dicendo: “Swiss! Swiss!”

«Così Rebecca, mia madre, si salvò, trascorse qualche tempo in un campo di raccolta e poté poi ricongiungersi con altri  membri della sua famiglia, che pure erano scampati alla strage di Meina, sul Lago Maggiore. Nello stesso tempo, sull’Appennino modenese, un ragazzo figlio unico di un’antica famiglia di Ferrara dovette fuggire dalla città perché ebreo. Era mio padre, Pierpaolo Ottolenghi. Un partigiano propose alla sua famiglia di nascondersi sulla linea gotica, la linea del fronte fra l’Italia libera e quella occupata dai tedeschi. Era una zona pericolosissima, di combattimenti continui fra partigiani e SS. I quali inscenavano delle rappresaglie ferocissime per fare sì che la gente dei paesi dissuadesse i partigiani dal combattimento. Interi paesi furono sterminati. Il partigiano condusse i fuggitivi al mulino di una famiglia della quale voglio onorare il nome: i Gianaroli. In Israele fu loro dato in seguito il riconoscimento di giusti delle nazioni. Decisero di restringersi in un’unica stanza per lasciare l’altra alla famiglia dei cittadini fuggiaschi. Condividendo tutto, anche il poco pane e formaggio. Tutti i giorni erano consapevoli di stare rischiando la propria vita e quella dei loro cinque figli. Eppure per tutto quel periodo li protessero: avevano scavato un buco nella cascina, e quando arrivavano i nazisti la famiglia ferrarese vi scendeva coprendo l’ingresso con una botte. Da sotto sentivano i passi pesanti degli stivali sull’impiantito e per tutta la vita mio padre non ha più potuto sopportare questo rumore: pur essendo un uomo mitissimo, in montagna ci impediva di entrare in casa con gli scarponi da sci, perché questo suono proprio non poteva sopportarlo. »

«L’Associazione scrittori della Svizzera Italiana ha collaborato con l’Asociazione Svizzera-Israele per celebrare la Giornata europea della memoria 2012.  I fatti oggi ricordati non riguardano solo gli ebrei, perché ciò da cui è stata originato un simile orrore riguarda tutti e deve essere la memoria di tutti noi. Celebriamo ogni anno questa giornata per riportare alla memoria quei fatti. Le critiche che ci vengono mosse sono che della Shoah si parla troppo, oppure che si parla troppo poco di altre tragedie. Ma la Shoah è un unicum, perché è accaduta nella colta Europa, ed è stata possibile perché a quella follia non c’è stata opposizione. Perciò la giornata della Memoria è come lo scudo di David, che dobbiamo tenere ben alzato. Ricordandoci però sempre che esistono anche le famiglie Gianaroli.  Questa serata infine è particolarmente significativa anche per il ruolo che la Svizzera ha giocato in quegli anni. E perciò è grande la mia gioia per il fatto che è nata l’associazione Svizzera-Israele, così vivace e dinamica. E ora, vi prego, per ricordare i morti, facciamo un minuto di silenzio.»

Con questo intenso attimo di silenzio ha dunque avuto inizio la presentazione del libro di Nava Semel, che vuole dar voce a quelli che non hanno potuto o non hanno voluto raccontare la loro storia. Tramite la narrazione l’autrice compie una complessa analisi del processo della memoria: in un imprecisato luogo della Polonia, una bambina ebrea di cinque anni viene calata in un pozzo per sfuggire alla cattura e alla morte. E qui farà esperienza di un male più quotidiano e prossimo di quello pianificato e organizzato nei campi di sterminio: la violenza che le usa un ragazzo di qualche anno più grande di lei. Una violenza non meno terribile, mentre a far da testimone resta solo un topo con cui la piccola condivide le briciole del proprio cibo. Verrà salvata dal prete cattolico del villaggio, che oltre a curarne le ferite fisiche, in una condivisione quasi materna la riporta alla vita, e infine ha la forza di separarsi da lei malgrado le sue proteste per restituirla al suo popolo. Scriverà nel suo diario, nel quale si rivolge sempre a Dio: “Tu hai perso un Figlio, io ora ho perso una figlia”. E Nava Semel ha sottolineato durante la presentazione: «È un alto prezzo quello pagato dai giusti che hanno salvato degli ebrei, e non sempre ce ne siamo resi conto. Questa è la mia missione di scirttrice: rendere omaggio a coloro che stesero le loro mani a chi aveva bisogno. La ragione della mia gratitudine è bene espressa da un detto ebraico: chi salva anche una sola persona, salva un mondo intero.»


Gabriella Moscati Steidler ha autorevolmente intervistato Nava Semel. Riportiamo alcuni brani del suo contributo:  «È un libro dai molteplici punti di vista, dalle molteplici voci, dai molteplici protagonisti che tutti cercano di mettere a fuoco “la storia”. E si comprende quanto possa essere traumatico far rivivere la memoria. Questo trauma è quello che ha impedito ai sopravvissuti della Shoah tornati in Israele di raccontare: molti hanno preferito rimuovere il passato. È lecito o no ricordare questo pasato? Theodor Adorno ha detto: “Dopo Auschwitz scrivere poesie è un atto di barbarie.”  Aharon Appelfeld dice invece che questo è forse vero, ma che l’essere umano è debole e ha bisogno di ricordare. Nel canone biblico poi si ricorda la distruzione di Gerusalemme e vi sono poemi bellissimi in cui sono cantati i lutti di cui la storia d’Israele è costellata. Chi ha dato vermente voce ai sopravvisuti sono stati i figli. I figli hanno cominciato a interrogare i genitori, e hanno cominciato a raccoglierne i racconti.»

Nava Semel aveva raccontato ne Il cappello di vetro la sua personale esperienza: «Per la prima volta a ventisei anni, dopo aver avuto il mio primo figlio,  interrogai mia madre, e le chiesi “Come ti sei salvata?” Prima per me la Shoah, pur conoscendo a menadito il dato storico perché ci viene inseganto a scuola e fa parte della cultura in cui vivo, era un che di generico, di impersonale. La mamma attese a parlare che noi figli fossimo cresciuti, lasciando come congelato il suo tempo, ma capì che era necessario parlare quando ebbe visto nascere i nipoti, perché la vita invece continuava.»

La professoressa Moscati si stupisce: com’è possibile che una madre di cinque figli, ebrea, si identifichi con un sacerdote cattolico fino a scriverne il diario? E la signora Semel con semplicità ha risposto: «Scrivere questa parte del libro identificandomi con lui è stato un grande dono,  perché il cristianesimo non mi è lontano. Ne sono infatti sempre stata affascinata, fino a studiare l’arte medioevale cristiana all’università. I cristiani sono i nostri fratelli minori. Per anni ho vissuto una doppia vita: in certi momenti ero la mamma che va a prendere i bambini all’asilo, e subito dopo ero impegnata a imparare il latino, la storia dei santi polacchi e tutti i particolari del culto di Maria. Don Stanislao, il personaggio del mio romanzo, sente i contadini dire che gli ebrei vengono deportati con i treni. Lui tiene con sé una ragazzina ebrea, e vuole salvarla in quanto ebrea. Per lui è la sorellina minore di Cristo. A un certo punto racconta un sogno: nella fila dei disgraziati che stanno davanti alla camera a gas, vede Cristo e Maria che vengono spogliati e poi vi entrano a loro volta.»
Rossana Ottolenghi che ha introdotto e condotto la serata interviene d’impeto: «Vedete che trionfo di storie è mai la giornata della memoria? Noi siamo legati alle storie, noi non vogliamo lasciare andare le nostre storie. Noi vogliamo che contribuiscano ad un’interpretazione vera della relatà. Aggiungo solo che ho chiesto l’altro giorno a mio figlio Michele di 18 anni, tutto perso nei suoi film, nei corsi all’università, gli amici, le feste: “Cosa significa essere ebreo?”  E mi ha risposta: “ È una grande responsabilità.” Sì,  è una grande responsabilità, è ricordare la storia per costruire il futuro. » 

E il foltissimo pubblico è tornato a casa con l’impressione di avere partecipato non solo a una serata di altissima levatura culturale, ma alla vita stessa del popolo ebraico. 



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